Mario Schiro: io e il mio alfabeto

Se passi qualche minuto a parlare con Mario Schiro, è impossibile non ascoltare qualcosa che valga la pena di ricordare. Nel mio caso, scrivere.
Non è un’intervista e ci tengo a precisare che questo articolo è il solo frutto del mio orecchio filtrato dalla mia mente. Posso digitare qualche parola che mi è rimasta impressa nella memoria, ma tutto l’insieme è quello che ho capito io. Premesso questo, stai per leggere un testo che non ha subito modifiche da parte del diretto interessato, semplicemente perché in questo momento anche per lui è la prima volta… giusto Mario?

Con questo uomo d’altri tempi dalla fervida mente intellettuale (e chi direbbe che è un alpinista a vederlo e ascoltarlo) e dalle rare gentilezza e galanteria passeresti ore a parlare e filosofeggiare sul reale e l’astratto, ma ciò che più è interessante di Mario è che in ogni suo discorso, che può trattare di qualsiasi argomento, c’è sempre una frase o un concetto che ti incita a prendere una pausa dalla conversazione e ragionarci sopra.

Elena, l’amatissima compagna che saluto, se la conosci è la prova di quanto ho scritto sopra e che in questa vita le coppie perfette esistono, ma non mi riferisco alla perfezione che tutti idealizziamo, quella che non esiste e che sarebbe estremamente noiosa. Parlo di una rispondenza di intenti, di quei confini curvi e spigolosi dei pezzi di puzzle che combinati insieme formano il risultato tanto ambito, migliore della figura sulla scatola.

Ma torniamo a noi e a un discorso che ho affrontato con Mario tornando dalla montagna. Abbiamo parlato di vie e di chiodature, e il termine di paragone utilizzato da questo alpinista intellettuale mi ha davvero affascinato.

“Le vie sono come un alfabeto”, mi ha detto, ma questa frase esce dall’espressione di un concetto ben più profondo: il motivo di tutto.

Mi spiego meglio.
Mario perché ti è passato per la mente di iniziare a chiodare vie?
“Prima di aprire le mie vie, c’è da dire che ho amato scalare le vie di altri: quando ero in parete ho imparato pian piano a leggere le linee, a trovare il motivo per cui era meglio attraversare un tratto invece di un altro. Quando scali una via inizi a decifrarla e interpretarla: così inizi a creare quella che sarà poi la tua scrittura. Una via è come un alfabeto, che non è composto da lettere, ma da segni, linee, visioni, punti di vista e prospettive. Diventa il tuo alfabeto.
Per rispondere alla tua domanda, quello che mi piace pensare quando vedo le mie vie è di poter lasciare qualcosa nel tempo, che va oltre me e la mia vita. Mi piace pensare che qualcuno un giorno ripercorrerà le mie vie, come accade adesso con quelle di molti altri alpinisti, e le interpreterà a modo suo, le leggerà con il proprio vocabolario e magari le racconterà ad altri. Le mie vie diventano una parte di me che le persone possono trovare in futuro. Una parte di me da lasciare nel mondo.”

Paragonare una via a un alfabeto riassume in una parola un concetto straordinario. Sì, proprio così, non esagero: stiamo parlando di roccia, di pareti alte centinaia di metri che per la maggioranza delle persone sono un semplice sfondo. Ma come tra le righe ci sono sempre delle parole, in questa superficie tra le linee c’è un linguaggio che comunica un percorso che ti porta dalla base a una cima.

Dietro a una via c’è lavoro e fatica, c’è coraggio e avversione verso i limiti, c’è fiducia e incoscienza, c’è una lettura che non tutti sanno affrontare e un alfabeto che non tutti comprendono.
Ma sono in molti ad avventurarsi nell’arrampicata di queste salite, a volte con in mano una relazione che nasconde firme di grandi autori che magari rimangono in angoli non letti.
Eppure quello che vorrei ricordare è di non soffermarsi sulle prestazioni che esalta una via, ma su quello che c’è dietro una via, la sua storia, i suoi aneddoti, le persone che hanno visto quella linea, che sai come la definiscono gli alpinisti? Debole, una linea debole. Già, una parte che la montagna concede all’uomo di salire. E c’è chi ha sfidato anche tratti non concessi, talvolta con successo, altre volte meno.

Ma non siamo tutti Messner, ci sono anche alpinisti che hanno compiuto imprese su luoghi meno famosi e con difficoltà meno estreme: eppure c’è sempre almeno un punto di una qualunque parete in un frammento di secondo in cui la sensazione che si prova è la stessa per qualsiasi uomo. Può essere la soddisfazione dell’arrivo sulla cima oppure la paura per un appiglio che ti resta in mano e ti fa volare su un chiodo: in quei momenti non c’è una soddisfazione più grande o meno, non c’è una paura più sentita o meno.

È il potere dell’emozione, dell’interpretazione e di quell’alfabeto.

[Mario, attendo la tua disponibilità per una vera intervista!]

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