La falesia Covolo secondo la guida Alto Vicentino

Stavo leggendo il numero di UP climbing ‘falesie tra passato e futuro’, quando sono incappata nell’articolo di Alberto Milani ‘La perdita della memoria’. Mi ha subito attratto una frase.

“Specialmente nel mondo attuale la conoscenza della storia avrebbe un ruolo primario per comprendere la banalità, la superficialità e l’assenza di valori con cui spesso portiamo avanti e comunichiamo le nostre attività.”

L’autore si riferisce non solo alla storia dell’arrampicata in generale, quella dalla sua nascita in poi con i grandi scalatori che l’hanno plasmata e hanno contribuito a valorizzare la sua anima, ma anche alla storia di come sono nate le falesie, fatta di racconti, aneddoti, ma soprattutto di quel grande lavoro che sta dietro alla creazione di una palestra di roccia naturale, quelle sensazioni, stati d’animo, volontà, ideali, sogni che sempre contribuiscono a realizzare questi progetti, che nella maggior parte dei casi sono frutto dell’impegno, della creatività e anche dei soldi di persone che vedono l’arrampicata non solo come azione, ma come parte integrante della loro vita.

Nasce dunque dalla lettura di un articolo questa mia volontà di recuperare un vero e proprio reperto storico, la guida su una selezione di falesie tra la Valle dell’Agno e il Brenta, Alto Vicentino, scritta da Paolo Leonardi, Marco Savio e Marco Simionato (prima edizione 2008). 

Tra le palestre di roccia presenti in questa guida ho scelto quella tra le più famose, ancora oggi molto frequentata, dove hanno arrampicato Glowatz, Legrand, Hirajama, Usobiaga, Zardin Mariacher, Iovane, Mingolla, Reffo, Ondra e molti altri big: il Covolo.

Con i suoi famosi strapiombi questa falesia è amata anche da moltissimi giovani e ha visto crescere generazioni di arrampicatori.
Tanti giovani che però, ci scommetto, non conoscono la storia, i chiodatori, il loro pensiero e i loro obiettivi. Perché le falesie non sono solo pareti di roccia. 

Paolo Leonardi su Sentierissimo, anni ’90

Riporto di seguito i vari testi della guida che parlano di questa palestra naturale, un’imponente fascia di roccia striata immersa nella vegetazione sopra Lusiana.

“Appena arrivati al piccolo paese di Valdisopra, girando lo sguardo a sinistra ci si accorge di quanto le braccia e il cuore dovranno aiutarci.
Dopo poco, giunti al parcheggio vicino al cimitero, l’ambiente bucolico rasserena gli animi. Con pochi passi si arriva sotto alla falesia, da dove si ammira, foschia permettendo, la bellissima pianura veneta.
L’arrampicata è prevalentemente tecnica, nonostante si svolga molto spesso lungo strapiombi selvaggi.
Il periodo migliore un tempo era l’estate, ora le classiche mezze stagioni.
Le vie sono tutte attrezzate in modo eccellente a fix da dieci, spesso inox, a distanza proporzionata alle difficoltà.
Gran parte della falesia è usufruibile anche con pioggia forte.”

[Introduzione alla falesia nella guida.]

Primi anni ’90: Roberto Armando, Gigi Billoro, Marco Savio, Stefano Casarotto, Piero Dal Pra.

“Il nome Covolo evoca al popolo degli arrampicatori essenzialmente dita doloranti e duri colpi alla propria autostima; in realtà è il nome di un piccolissimo e incantevole paesino del comune di Lusiana, posto su un poggio a dominare la Valle sottostante, denominata Valle dei Mulini per la presenza di antichi nuclei ora in parte restaurati.
Osservando dalla falesia il paese di Covolo, specialmente in alcune solari giornate primaverili, con gli alberi in fiore sulle colline circostanti, è difficile immaginare un paesaggio più ameno e riposante.
Ma se invertiamo la prospettiva, e dal parcheggio alziamo gli occhi verso ovest, allora la lunga e strapiombante parete del Sojo delle Streghe, la falesia che solo gli scalatori conoscono con il nome ‘Covolo’, cattura lo sguardo e l’immaginazione con tutt’altri pensieri.
La tradizione popolare affascinata dallo scoglio roccioso lo vuole frequentato da streghe, impegnate di notte a fare ‘la lessia’ nel ‘pozzetto delle anguane’. Di certo sappiamo solo che fu utilizzato già in epoca neolitica come luogo di riparo e di difesa.
Tra l’altro tale pozzetto è conosciuto anche come ‘Pozzetto dei contrabbandieri’, a ricordo del fiorente contrabbando di tabacco che veniva esercitato tra le due guerre.
La sua storia arrampicatoria è molto più recente: alla fine degli anni ’60, camminando in un giorno di pioggia, Adriano Capozzo di Lugo trovò riparo sotto il Sojo. Seduto col compagno alla base di un diedro fessurato, videro due vecchi chiodi arrugginiti. Sembrava impossibile salire, ma armati di cunei di legno, riuscirono ad attrezzare una sosta e a ripulire la sommità del dietro, che fu poi risolto con la corda dall’alto (Capozzo ricorda che si attrezzò di pezze di feltro da pavimento da applicare alle ginocchia, per poter salire in incastro con una maggiore aderenza).
Rimane sconosciuto il primo salitore, colui che piantò due solitari chiodi sicuramente già agli inizi degli anni ’60, a cui va il merito di avere ‘scoperto’ gli strapiombi del Covolo. Forse un emigrante partito, come molti altri del paese, a lavorare al traforo del Monte Bianco e lì appassionatosi alle scalate? Ipotesi suggestiva ma tutta da verificare.
Capozzo con diversi compagni (tra cui Franco Zuccollo e Lucio Bettinardi) tornò più volte, realizzando alcuni tiri, fra cui negli anni ’80-’81 il pilastrino a destra del camino, attrezzato con cinque chiodi e salito in artificiale. La via fu dedicata a Alfredino Rampi, il bambino perito nel pozzo a Vermicino.
Nella seconda metà degli anni Settanta alcuni ragazzi del luogo, il cui cognome è appunto Covolo, fecero del Sojo un luogo di esplorazione e di avventurose uscite alpinistiche.
Nel 1978 Luciano Covolo aprì con i compagni la prima via sopra il pozzetto, valutata allora III-IV grado, poi, nel 1979, fu la volta di una placca diagonale nella parte bassa della falesia, valutata IV-V grado, e infine venne chiodata, sempre rigorosamente dal basso, la terza, che saliva le canne sotto il pozzetto, superando a sinistra lo strapiombo, salita che costò al primo scalatore la rottura del polso a causa di un brutto volo in apertura. Si era ancora lontani dalla mentalità sportiva e le strapiombanti pareti del Sojo, (da notare: non ancora diventato ‘il Covolo’), venivano usate unicamente per allenamento.
Anche alcuni alpinisti famosi, come Alberto Campanile di Mestre e il vicentino Franco Perlotto, salirono a salutare le streghe, ripetendo le poche vie presenti in preparazione delle vie in ambiente. Perlotto chiodò nel 1983 la via omonima, uno dei rari 6a presenti al Covolo, ma che merita, come sottolinea giustamente Lisa Benetti, una ripetizione per la bellezza dei passaggi (e come sempre al Covolo, ricordarsi che non c’è niente di banale, neanche i 6…).
La vera storia del Covolo inizia però quando Marco Savio, nel 1983, scopre il Sojo, percorso allora da pochissime vie, di cui alcune, come l’attuale Paperino, chiodate in artificiale.
Pochi mesi dopo Savio, grazie agli spit avuti in dono da Michele Guerrini, preso da un raptus mistico-perforatorio, inizierà una sistematica opera di chiodatura, tracciando itinerari pochi anni prima impensabili: nel 1988-89 Paolo Leonardi esplora i settori bassi della falesia, chiodando col mitico trapano a batteria regalato da Pierino Dal Prà a Marco Savio e ancora oggi in uso, aprendo così numerosi itinerari, anche di media difficoltà, attività la sua, tutt’ora in corso (era il 2008, ndr). Sono recentissime alcune linee non ancora liberate e il cui grado presunto è stimato superiore all’8b.
La falesia per anni ha avuto la nomea di essere un sito severo, con gradazioni tiratissime e una arrampicata estremamente difficile, nomea che i locali si sono ben guardati dallo smentire, creando miti e leggende che ancora oggi incutono un certo timore a chi per la prima volta si avvicina alle sue pareti.
La fama del Covolo, e delle sue alte difficoltà, ha attirato l’élite dell’arrampicata mondiale: di qui sono passati Heinz Mariacher e Luisa Jovane, Stefan Glowatz, Francois Legrand, Yuji Hirajama, Patxi Usobiaga, Luca Zardin ‘Canón’ e tanti tanti altri.
L’etica severa del Covolo ha contribuito ad alzare il livello degli arrampicatori locali: non è raro vedere sulla cengia sottostante riuniti alcuni dei più forti scalatori del Nord Est. Ricordiamo fra gli altri Dino Lagni e Lisa Benetti, Gigi Billoro, Nicola Pesavento, Davide Zavagnin, Flavio Bortoli, Jenny Lavarda, Massimiliano Battaglia e oggi i giovanissimi Valdo Chilese, Silvio Reffo e Giulio Bertola (era il 2008, ndr).”

[L’autrice di questo bellissimo testo è Paola Lugo.]

Ma conosciamo bene i settori del Covolo. E lo facciamo con il testo di Marco Savio.

A, Cuore di Mauro
L’arrivo al Covolo: già da qui si può capire che le cose si fanno sì divertenti, ma faticose.
Le prime vie ebbero inizio anche qui, dato che le altre erano troppo futuristiche (ma non troppo, nella mia mente malata di visioni!).
Caratteristica di questo settore sono le sezioni molto corte e intense, dove bisogna saper bloccare, ma anche saper lanciare. Must da non perdere: Nonna rotpunkt e Cuore di Mauro.

B-C, Sandra e Perlotto
Che dire, all’inizio era il mio ‘challenger’, ora è la zona di riscaldamento preferita dai locali. Per la sua esposizione, è l’unica zona che resta al sole fino alle 14. La super classica Sandra è decisamente da non perdere, come anche Sir Lancillotto. Per chi si sente portato al blocco Aspettando Miguel: un capolavoro misto di forza dita, scioltezza e sensazione…
Molti i tiri qui appetibili per iniziandi e per chi non vuole fare troppa fatica con le braccine!

D, Paperino
Anche qua un’altra via super gettonata: Paperino, che nei suoi 12 metri e 4 spit, mette insieme forza e determinazione con un pizzico di adrenalina, ma mai con voli pericolosi. Settore caratterizzato da due canne parallele che invitano, stranamente solo i visitors… Da non dimenticare Progetto, uno dei primi 8b+ italiani, purtroppo spesso bagnato, un tiro veramente unico.

Marco Savio su Paperino, 1988

E, Balla coi lupi
Qui ci addentriamo sempre più negli oltre 150 metri di strapiombi che hanno fatto del Covolo una meta dei più forti arrampicatori del mondo, senza mai però scalzare tutti quelli che scelgono nell’arrampicata la tranquillità senza esasperazione.
Spiccano due capolavori vicini: Balla coi lupi, tributo di resistenza e continuità, e Super Titti, con quella sezione spettacolare… e poi Nagay, forse una delle vie più rappresentative del Covolo, meta di pellegrinaggio di forti e di meno forti, forse sprovveduti.
Pensare che Brenna quella volta risolvendo Nagay al secondo giro e poi Ghegoro a vista, abbia trovato gradi morbidi… altro che, grande Cristian più di 10 anni fa!

F, Incantesimo
La parte più regolare come inclinazione, rigorosamente 40° per 20-25 metri di via. Incantesimo, no comment, parla da solo. Il guerriero del futuro, salita da un grandissimo Dino Lagni in grande forma e spolvero, e con gran classe. Un grande piacere esserne stato testimone: che spettacolo!

G, Fantasie
Siamo sui 50°- 60° nella prima parte della parete, che poi si raddrizza, se così si può dire, peccato che le prese diminuiscano… Di gran classe e respiro Fantasie.

H, Trio Meraviglia
Settore da sempre conosciuto come “dei tetti”, è nella parte del Covolo un po’ snobbata dagli habitué, ma decisamente a torto. Qui lo stile cambia, la parete si fa salire anche nelle difficoltà, ma con meno richiesta di margine sulle prese, sono placche leggermente strapiombanti con uscite boulderose sui tetti sommitali. Qualche tiro molto antico chiodato da me, il settore è divenuto un po’ una seconda casa per Paolo, che, nonostante rischi sempre il divorzio per il tempo che ci dedica, è sempre qui a fare ‘lavori’, come li chiama lui…

I, Block House
Nome che deriva da come abbiamo battezzato il mega muro di oltre 250 metri quadrati, costruito a casa di Paolo con l’aiuto di Fiorenzo e Mirco, e che ora accomuna una quindicina di amici.
Il primo settore ospita le ultime creazioni di Paolo.
La seconda parte ospita un buon numero di itinerari fruibili dai più, con chiodature da plaisir a panico a seconda dell’idea del chiodatore…
Un settore molto frequentato nei periodi freddi perché più riparato dal vento.

L, Porta del Paradiso
Ospita El maneton, bel viaggio su blocchi lunghi e grosse prese… e molti altri itinerari molto abbordabili.”

[Testo nella guida di Marco Savio, tra gli autori della guida Alto Vicentino.]

Desiderio di scoperta
Da piccolo, alle medie, ho avuto la fortuna di avere un insegnante di matematica appassionato della montagna, appassionato del suo lavoro e dei suoi alunni, con due grosse spalle.
Con due grosse spalle perché sono state le sue, dove io salivo e mi facevo portare fino alla cima dato che non riuscivo a camminare molto per colpa dell’asma. Grazie Franco.
Suo figlio arrampicava e quando andavo a casa sua lo vedevo che cercava disperatamente di restare attaccato ai mattoni della sua casa e, di volta in volta, cercava di aggiungere un metro nel tentativo di circumnavigare questo suo universo. A quel punto io mi dissi, perché no! In una settimana già facevo il giro di tutta la sua casa, non proprio amato da questo ragazzo! 
Cominciai il mio lungo peregrinare fatto di km in bicicletta per andare in un sasso a Santorso per scalarlo e allenarmi per il futuro; con il senno di poi posso dire di aver fatto boulder nel 1978.
Mi portarono al CAI e mi presentarono Giancarlo detto Roccia Viva, una specie di icona e superman del verticale che, non so come, mi prese sotto la sua ala protettrice e divenni Rocceta. Feci con lui le mie prime esperienze in parete. Tutto mi sembrava facile e normale, forse l’incoscienza dell’età. Feci molte cazzate infatti, ma le tralasciamo…
Conobbi Mariacher, Manolo, Bassi, la Jovane, Oswald e Hans Peter ad Arco. 
Cominciai a frequentare Lumignano, penso fosse il 1980.
Qui la mia visione di possibilità ebbe una svolta decisiva, mi innamorai del gesto fine a stesso, del piacere di risolvere un movimento nel modo più facile e naturale.
In Classica mi ritrovai con quello che ho chiamato per anni con rispetto Maestro Lucio Bonaldo, Michele ‘Miguel’ Guerrini che mi ispirò veramente e ancora lo fa… René, Paolo, Pietro, Giorgio, il Propoli (Marco) e tanti tanti altri, che scalavano come via della loro vita stessa, una visione dissociata da tutto quello che accadeva in Italia e nel mondo, una terra fatta di sole e verticalità.
Alberto Rossi, altro caro amico, mi parlò di un posto, non molto distante da casa, con pareti strapiombanti e possibilità future enormi, ma da mutanti…
Ho sempre pensato che appigli e appoggi della roccia non fossero semplici escrescenze geologiche da sfruttare, ma tasti, tasti di un pianoforte che opportunamente accarezzati levavano peso al mio corpo portandolo con una suadente melodia verso il compimento di questo brano scritto dalla natura e interpretato da me.
Un modo ulteriore di intendere la roccia che ancor oggi mi fa emozionare e riconoscere migliaia di melodie già suonate, in ogni dove, ma spesso con ritmi diversi…
Il Covolo, una visione, bramoso di spartiti da suonare, strumento dai mille colori e sonorità era li!
In preda a un delirio creativo ho dedicato migliaia di ore nel ricercare la linea giusta, immaginando come le mie mani o quelle dei più forti avrebbero potuto tenere quelle prese, e dove uno spit avrebbe portato un po’ di tranquillità nel cuore e nella mente di chi saliva questo mare di roccia messo al contrario.
Penso fu proprio lui che mi ci portò la prima volta. C’erano due tiri con gli spit da 8 millimetri e due o tre tentativi di artificiale che nel futuro sarebbero divenute delle classiche al Covolo. Le persone facevano il giro da sopra e mettevano la corda dall’alto perché ritenevano quelle salite molto difficili.
lo con la semplicità e l’arroganza di un giovane entusiasta le salii dal basso con grande tranquillità e da là osservavo quelle mostruose pareti aggettanti con una specie di acquolina nella bocca, nella mia testa vedevo già lunghe linee di chiodi per possibili salite alla mia portata.
Fu proprio a Miguel, grande chiodatore di Lumignano, che chiesi consiglio e lui, da grande uomo che vedeva più in là del suo giardino, mi regalò spit e perforatore a mano per iniziare la mia avventura. Chiodai anche la via Aspettando Miguel dedicata a lui e dovetti aspettare veramente molto prima che venisse fuori dalla sua tana fino alla mia; ancor oggi, penso, non abbia mai provato il mio dono. Che pirla!
Grazie Miguel.

Fu come scoprire un nuovo mondo, ore trascorse appeso nel vuoto, pensando dove mettere il chiodo, ma con parsimonia, perché non ne avevo molti e nella mia testa le linee erano già troppe e di soldi nemmeno l’ombra.
Lavoravo alla sera in pizzeria per comprare un po’ di materiale e avere qualche moneta per andare in giro a vivere: scalando!
Rimasi forse un anno isolato nel mio nuovo mondo e quando ne uscii mi accorsi di essere veramente migliorato molto e gli altri non mi sembravano più così alieni. Mi accorsi di possibilità future sulle ‘mie’ pareti con il solo limite dettato dalla mia mente.
Pietro (Pierino Dal Prà, ndr), caro fratellino mio, era decisamente qualcuno che mi stimolava a scalarci assieme e in più, aveva un trapano!
Lo rapii, con la mia 127 verde pisello, per qualche tempo e lo portai nel mio regno. Restò così felice che mi aiutò a chiodare qualche must di ora e poi mi ‘regalò’, per modo di dire perché non gliel’ho più ridato, il suo trapano.
Grazie Pietro.

Un nuovo mondo ancora, una specie di febbre del chiodatore mi pervase per due anni almeno. Restavo anche sei-otto ore appeso senza mai toccare terra, e quando lo facevo le gambe mi cedevano e dovevo rimanere seduto per un bel po’, alla ricerca della linea perfetta, di appigli che avrei forse tenuto, di nomi che mi frullavano per la testa spesso, mentre foravo a testa in giù per mettere i tasselli. Non riuscivo a finire una linea che già l’occhio e il desiderio passava alla successiva.
Ho arrampicato veramente poco in quegli anni e quanto mal di schiena ma quanti sogni e ore passate dentro. 
lo e Pietro ci contendevamo le prime rotpunkt delle vie, sempre con questo grande odio-amore, ma era molto più il secondo che ci accomunava.
Mi ricordo di giornate lunghissime di ripetute e sali-scendi dalle vie.
Facevamo venti-venticinque tiri fino allo sfinimento.
Di quando lui faceva un tiro gradandolo e quando lo ripetevo io, subito lo tirava giù di mezzo grado.
Ricordo che la nomea di questo mio posto fece lentamente (non c’era il web come ora) il giro d’Italia.

Marco Savio

Si narrava che fosse un posto durissimo, con gradi tirati e spit lontani, di gente forte venuta e bastonata… ma non era così. Non si era ancora abituati a strapiombi così regolari ed estremamente difficili tecnicamente, con quella lunghezza che esce dalla forza pura ma non è ancora resistenza, potrebbe forse ricordare Erto ma con lo stile tutto diverso.
Qualcuno la definì ‘Perle ai Porci’ ma quel qualcuno, forse, non vedeva il cuore felice di noi Porci.
Ricordo Federico, che mi spingeva a fare ripetute con lo zaino pieno di sassi, Mirko uomo dotato di una forza assurda, trazionava più di una volta a freddo su un centimetro e mezzo con un braccio. Con lui e la sua 128 verde facevamo la mattina a Lumignano e il pomeriggio al Covolo per finirci.
Rivedo Momi e Stefano Casarotto, le persone che nell’ambiente forse più mi hanno voluto bene, arrivare al parcheggio e il mio cuore, orgoglioso di offrire loro gioia verticale, battere forte. Loro e Sergio Boato hanno chiodato una infinità di tiri lasciandoli a tutti noi, sempre con il piacere di farlo. Grazie ‘Casarotti’.
Lucio, che approdato qui, arrivava con il suo camper restando per giorni e noi, a turno, cercavamo di tenere i suoi ritmi: impossibile!
Rido quando penso a due pennelloni con i capelli lunghissimi che scalavano con bermuda in estate che io poi ho soprannominato i Samoa: Davide e Luca Zavagnin. 
Mi ricordo però che notai subito un ragazzo, che non avevo mai visto prima, fare un bloccaggio magistrale all’uscita di Cuore di Mauro (dedicata al Corona, che mi regalò, penso nell’’86, il mio primo trave). Pensai subito che era veramente dotato: il nostro campione lavoratore Dino Lagni.
C’era anche Giovanni Rigobello, detto Pacman per le innumerevoli volte che tirava pacchi, secondo il mio punto di vista, uno dei più dotati che ho conosciuto, che piano piano, senza clamori, saliva le vie una dopo l’altra.
Vedo Luca ‘Gelmo’ Gelmetti, Andrea ‘Ciccio’ Tosi e altri amici da Verona, venire a portarmi gioia con la loro squisita compagnia e affettuosa amicizia.
Tanti, tanti amici, belle persone, bei momenti fatti di sole, risate e tanta passione comune.
Il Covolo è stato per me un pretesto per crescere non solo arrampicatoriamente ma come essere umano, un padre che mi ha insegnato il rispetto e la forza di essere se stessi, un fratello che ha giocato con me mille e più volte, la più dolce e affettuosa delle mie amanti, sempre lì, ma bisogna saperla prendere.
Ora è qui, dopo tanti anni, sempre più frequentato. Nuove generazioni cercano di stringere quegli appigli che mi hanno dato tanto e, devo ammettere, molto più forti di noi ma, lasciatemelo dire, un po’ meno romantiche, meno alla ricerca di un percorso che non sia fatto solo di appigli da tenere in sequenza. Amo comunque molto vedere la forza e la determinazione di Valdo, la bellissima risata di Giulio e la testa riccioluta di Silvio, che mi ricorda Pietro da giovane, e tutte le ore passate a parlare della vita con lui.

Grazie Covolo.”

[Questo il ricordo, presente nella guida, di Marco Savio, tra gli autori della guida Alto Vicentino. Era il 2008, ma alcuni concetti sono davvero attuali.]

Luca e il Covolo

Il Covolo… è stato per me… libertà dalla quotidianità, dal lavoro, dagli impegni… dalle solite cose.
Libertà di movimenti su placche e strapiombi.
La voglia di riuscire ad arrampicare… e farcela su quei lavorati, portare a casa il mezzo movimento.
La gioia è tanta per ogni piccola conquista; concatenare la via e pensare che nessuno ti regala niente e il merito è solo tuo.
Arrivare al Covolo con mio fratello, i fratelli Samoa, altro che isola… braccia da veri bouldermen e dita dilaniate.
Una passione concretizzata in questa falesia conosciuta in giovane età. 
Vedere l’evoluzione della falesia… le prime opere di spittatura, fino alle più recenti… dal disegno al completamento di un’opera. Un vero lavoro da artisti.
Il Covolo è bellissimo, abitato da esseri stregati e particolari, tutti con un certo stile.
È piacevole vedere questo popolo muoversi e adattarsi alle sinuosità della roccia.
A volte, quando scendo dalle sue vie… l’arrampicata… camminare non mi sembra più naturale.
Il silenzio del Covolo è: urla di climber-bestemmie-spropositi volgari-donne fighe e cazzi in c… a tutti quei fottuti passaggi che ancora resistono…
Il silenzio è cazziare chi non ce la fa… che migliorino! Che restino stregati pure loro!
Ho portato anche Betty, la mia bambina… chissà che un giorno mi chieda: “papà… voglio arrampicare…”. Ne sarei felice.”

[Testo di Luca Zavagnin ‘Samoa’.]

Luca Zavagnin su Balla coi lupi

Covolo: settimo grado

Alberto Rossi mi chiamò al telefono. “C’è una falesia da riscoprire. Ci andava Marco Dal Bianco. È un po’ da ripulire: è tanto che nessuno ci va”. Accettai al volo: era il 1983.
Lui abitava a Thiene, io a Trissino, ma ci tornammo parecchie volte al Covolo. In quei giorni sulle Dolomiti ci eravamo imbarcati sulle prime grandi vie in arrampicata libera. lo mi ero accanito sul Pilastro della Tofana.
C’erano anche i tedeschi Andreas Kubin e Andrea Eisenhut. Jean Claude Drover invece s’era incaponito sulla Comici alla Cima Grande di Lavaredo. Solo mani e piedi sulla roccia, era il diktat. I chiodi soltanto per protezione.
Ma i chiodi erano quelli piantati negli anni trenta e volarci sopra per poi riprovare il passaggio conservava quel fascino antico del brivido alpinistico. Nemmeno si pensava di imbullonare le pareti per proteggerci meglio. Eravamo lontani mille miglia da quel pensiero. Sopra a casa mia, sulle Piccole Dolomiti, Gianni Bisson e io ‘liberammo’ la Soldà sulla Sisilla, poi lo spigolo Sandri Carlesso, poi lo spigolo Soldà delle Due Sorelle. Ero appena tornato da Yosemite e Alessandro Gogna mi aveva presentato alla Asolo Sport. Ci voleva una scarpa con una suola liscia che tenesse un po’ di più di quelle poche che già c’erano. Delle mie idee, la Asolo Sport ne aveva parlato in America con lvon Chouinard, allora mito vivente degli arrampicatori.
Un giorno Chouinard arrivò in Italia e approdò a casa mia a Trissino. Si sedette per terra in cucina e perfezionò le mie maldestre tecniche di fessura, incastrando mani e piedi tra gli elementi del termosifone. Mio padre era esterrefatto. Quei giorni studiammo un modello di scarpetta a suola liscia che divenne la più popolare dell’epoca e ne parlammo anche con Gino Soldà che ne fu entusiasta. Noi a oriente eravamo degli alpinisti tozzi. Solo muscoli per gli strapiombi.
Nemmeno ci eravamo accorti cosa fosse accaduto a occidente.
Gli inglesi erano calati in Verdon, qualche anno prima. Loro erano alpinisti e arrampicavano in libera solo sui vecchi chiodi, sui dadi o su qualche altra diavoleria inventata da poco. Ma i francesi capirono tutto al volo. Per provare e riprovare i passaggi si dovevano creare degli itinerari sicuri. Così, trapano alla mano, iniziarono a bucare la roccia.

Franco Perlotto

“E no!”, dicemmo dal pensatoio a oriente. “Noi siamo alpinisti alla Paul Preuss, naturalisti alla John Muit, trascendentalisti alla Ralph Waldo Emerson, bucolici alla Henry David Thoreau”, sbraitammo. Qualcuno si arrabbiò.
A Lumignano c’era Alberto Campanile che tirava come un matto. Renato Casarotto invece non ci credeva molto. Lui era un alpinista classico e di lì non si muoveva. Però aveva iniziato a usare anche lui scarpette lisce e imbragatura bassa. Noi liberavamo la Simeoni, mentre lui apriva il suo itinerario storico. Ma i nostri miti erano gli stessi e così un giorno ci legammo insieme. Andammo a fare la prima ripetizione della via dei Fachiri di Cozzolino sulla Cima Scotoni. Con noi c’erano anche Bruno e Giorgio De Donà. Nevicò quel giorno e dal bivacco che ne conseguì, uscimmo tutti un po’ stralunati, ma con la chiara convinzione che quel Cozzolino ci aveva preceduti tutti. 
Da quel giorno non ci legammo più insieme.
In quegli anni le falesie del vicentino erano un covo di pensatori con i muscoli. Eravamo stati in Inghilterra. Lassù sembrava proprio che il concetto fosse chiaro: scalare solo con mani e piedi sulla roccia, ma utilizzando le fessure naturali della roccia per le protezioni. Nient’altro.
C’era anche una scala del rischio che misurava l’audacia di un passaggio.
Settimo grado con un buon dado vicino, oppure settimo grado con una fila di gancetti malsicuri, quindi tutto più complicato. Al Covolo cominciammo così, ma come successe poi anche alla falesia di Bergamini o sulla Sisilla, qualcuno tolse i nostri chiodi normali e ci mise degli spit.
E molte vie cambiarono pure nome. Peccato, l’idea era buona. Ma molti ora, venticinque anni dopo, la stanno riprendendo.”

[Testo di Franco Perlotto.]

E ora la bella intervista a Lisa Benetti e Dino Lagni.

Quando avete cominciato ad arrampicare?

Lisa: Nell’87, prima in falesia, e poi in montagna in Sisilla e nelle Piccole Dolomiti.

Dino: A 17 anni, prima di partire per militare, prima in falesia, poi ho fatto due o tre vie, ma non ho mai avuto una attività alpinistica vera e propria.

Vi siete conosciuti nell’ambiente?

Lisa: Si, a Torino in una gara… nei primi anni ’90. Erano gare con 100 concorrenti, vi partecipavo senza alcuna velleità. Ci andavo con Gianni Bisson, io sono di Recoaro, poi lì mi hanno detto “ci sono dei ragazzi di Schio”, e così ci siamo conosciuti.

Dino: In quel periodo si andava alle gare soprattutto per vedere i ‘forti’ arrampicare, per potere imparare qualcosa

Lisa: Poi ci siamo rivisti a Campogrosso, io avevo arrampicato in Sisilla e Dino tornava da Arco dove era andato a ripetere Zanzara. Ci siamo visti al bar per bere una birra e… poi è cominciata.

Le gare, appunto. Siete stati più volte sui podi più prestigiosi, ricordiamo la vittoria di Dino a Birmingham nel 1999 e le vittorie di Lisa in Coppa Italia. C’è differenza tra la soddisfazione di vincere una gara o di risolvere un tiro difficile in falesia?

Lisa e Dino: No, nessuna, la soddisfazione è uguale.

Dino: L’emozione è simile, quando vai a vista su roccia o prendi una catena in gara, è la stessa gratificazione.

Quando avete incominciato ad andare al Covolo?

Lisa: Quando ho conosciuto lui, prima da Recoaro non ci andavo.

Dino: Quando ho iniziato al Covolo c’erano molte vie al mio livello, 7a-7b, poi la falesia è progredita, e hanno chiodato le vie più difficili, ma anche io ero progredito. Così non I’ho mai vissuta come una falesia limitante.

Oggi al Covolo è sempre più facile vedere giovanissimi che in una stagione bruciano le tappe, ovvero si lanciano subito sui tiri più difficili e prestigiosi della falesia, e non di rado li risolvono in pochi giri. Voi come giudichereste la vostra evoluzione arrampicatoria, lenta e costante o rapida e folgorante?

Dino: lo mi sono fatto tutti i miei gradi, penso di avere bruciato nessuna tappa. Bisogna pensare anche ai mezzi di allenamento che avevamo allora. Non c’era la plastica o altro. Oggi il muro artificiale è quello che fa la differenza. Una volta per fare l’8a dovevi arrampicare almeno tre volte la settimana e d’inverno per chi lavorava questo non era possibile. La plastica ha permesso a tutti di allenarsi e lo trovo un grande mezzo di giustizia sociale.

Come definiresti il Covolo? E la sua arrampicata?

Dino: È una piccola perla, anche perché è un po’ l’unica falesia strapiombante che abbiamo nei dintorni. E bella anche da vedere, questo muro strapiombante che esce fuori… il momento più bello per arrampicare al Covolo è quando c’è un temporale in arrivo, quando ci sono i nuvoloni neri, magari sta già piovendo, da lontano vedi i lampi, e c’è l’aria piena di elettricità. Però si può ancora arrampicare, e si sale lo stesso in mezzo all’elettricità. L’ho sempre detto, il tempo del Covolo è col nuvolo.

Lisa: È una arrampicata tecnica, di forza e di tecnica. Al Covolo puoi sempre imparare qualcosa, anche sulle vie più facili. Per esempio su Cuore di Mauro ho imparato il bloccaggio, su altre vie la tecnica di placca. Bisogna provarle tutte, indipendentemente dal grado. 

Qual è per voi la via più bella, indipendentemente del grado, quella che consigliereste come imperdibile?

Dino: La via più bella per me non è mai la stessa. Normalmente è quella che in quel momento mi fa sudare. Non ho pensato però alla ‘bellezza’ di una via, non l’ho mai giudicata bella o brutta. Se una via mi interessa per il grado, la provo. Una via da consigliare? Chiaramente dipende dal livello che uno ha. Così direi Monkey Island, oppure Mes Amis, ma anche Toys, Incantesimo.

Lisa: Come ho detto prima a me sono piaciute tutte. Dovessi scegliere direi Super Titti, Le dita di Piero e Buonanotte Fiorellino. Di solito chi viene si mette subito sulle più famose, Sara, Sandra, Maghi e folletti, ma sono belle tutte, anche la Perlotto che è 6a è una bella via, da fare.

A parte il Covolo, avete una falesia preferita, che frequentate con regolarità?

Lisa: Adesso ci muoviamo meno, coi bambini è più complicato, per un periodo però abbiamo girato tanto. Ogni venerdi prendevamo la macchina e via, si andava in un posto nuovo

Dino: Avendo in mente le gare, cercavamo di arrampicare il più possibile a vista, e quindi andavano bene anche le falesie piccole, l’importante era provare. Hai presente la guida di Alp, quella di Gennari Daneri del Nordest? Ecco, penso che le abbiamo girate quasi tutte.

Lisa: Mi era piaciuta tanto Cornalba, Cimai, e poi chiaramente il Verdon. Ma anche Erto. A Erto abbiamo passato una settimana intera. Quando siamo arrivati ho pensato: “Ma cosa ci facciamo qui una settimana? Dopo due giorni saremo finiti”. E invece, piano piano, tutti i giorni abbiamo arrampicato. Avevamo messo la tenda su dei bancali di legno, perché pioveva, e la mattina ci svegliavamo con il clacson della corriera. È stato bello anche lì, ci siamo sempre divertiti andando in giro.

Avete un ricordo particolare del Covolo, un aneddoto che vi è rimasto impresso?

Lisa: Non è che sia un aneddoto molto divertente, però me lo ricordo bene! Una volta mentre tenevo Dino su Progetto ho tentato di bloccare la corda ‘a valle’ del gri gri, impedendo il bloccaggio e bruciandomi la mano. Dino è arrivato a terra, e per fortuna che c’era Davide Zavagnin che l’ha parato.

Dino: Potrei dire che mi ricordo bene quando Lisa non ha bloccato il gri gri… no, scherzo! Un bel ricordo è quando con Davide abbiamo arrampicato di notte con le frontali. Era una notte stellata e sulla parete si vedeva Davide che si muoveva tipo faro da discoteca. Abbiamo scalato fino a Dita di Piero, cose così, sono vie che conosciamo bene, ma con la frontale e il buio è tutta un’altra cosa, ti sembra tutto uguale. È stato bello, bello.

Lisa: Al Covolo, al di là delle vie e prestazioni, mi piace proprio l’ambiente, il paesaggio. Già in macchina negli ultimi tornanti mi sento diversa. Quando passi per le case ti salutano volentieri, il sentiero breve ma intenso di natura, il profumo dell’erba che mi fa ricordare quando da piccina andavo in baita a passare la domenica fuori dal turismo di Recoaro. Poi ottobre è il mese che preferisco. Ricordo una volta il 25 ottobre, giorno del mio compleanno, Luigi Billoro aveva portato del vino a Lucio Bonaldo e poiché Lucio aveva realizzato due vie, forse Progetto e Ta-Tan, aprì una bottiglia per festeggiare il tutto. Davanti alla fontana assieme anche a Luca Zavagnin. Un gesto che da Lucio non mi sarei mai aspettata e che resta per me un bellissimo ricordo.”

[Intervista a Dino Lagni e Lisa Benetti presente nella guida]

Dino Lagni su Monkey island

Disavventure e pensieri di un Chiodatore

Premessa
…non tutto va sempre per il verso giusto: l’incoscienza dell’età ti fa compiere qualche ‘cazzata’ che, per fortuna, oppure perché come diceva mia nonna: “Ognuno di noi ha un Angelo Custode che lo protegge” non ha mai portato grossi danni.

I Gioielli di famiglia
Ero più o meno a tre metri da terra. Il primo chiodo normale piantato (ancora oggi è Iì…) e la corda passata nel moschettone. Mi venne in mente, non so perché, di piantare il secondo spit dal basso, ma senza assicurarmi alla corda.
Mi sembrava facile, avevo un ottimo mensolone su cui poggiare i piedi e un altrettanto ottimo appiglio per la mano sinistra. Cominciai a forare, ma pochi secondi dopo mi sentii mancare l’appoggio sotto i piedi. Caddi in piedi sulla cengia, che in quel punto si restringeva, con il trapano ancora in mano. D’istinto cercai di prendere la corda che pendeva dal chiodo, ma mi sbilanciai all’indietro piantando, non so come, la punta del trapano per terra. Cercando inutilmente di tenere la corda con l’altra mano, finii venti metri giù per il bosco, a capriole tra gli alberi che, fortunatamente, in quel punto sono più fitti e attutirono la caduta. Quando mi ritrovai in fondo al bosco rimasi qualche minuto immobile; sentivo dolore alla schiena, alle gambe e alle mani, ma non mi rendevo conto di dove fossi finito. 
Mi dicevo: “Stavo piantando uno spit a tre metri da terra, cosa ci faccio in fondo al bosco?” Fortunatamente non c’era nulla di rotto, a parte le botte rimediate sbattendo contro gli alberi e la mano sinistra bruciata dalla trazione della corda, così riuscii a risalire il bosco e a tornare a casa.
Quando mia moglie mi vide così massacrato, mi chiese cosa potesse essere mai accaduto. 
lo risposi che avevo solo la mano bruciata dalla corda, dovuta a un piccolo inconveniente. Poi lei ridomandò preoccupata: “Ma i gioielli di famiglia sono intatti?”
Al mio tranquillizzante assenso lei ribatté: “Ok, allora va tutto bene!”.

Buchi e vipere
Era diventata un’abitudine. Salire per il Diedro Classico slegato, con la corda in spalle e il materiale necessario per fare la sosta su cui calarmi. Questo quando chiodavo i tetti centrali del Covolo, per fare ovviamente più presto, visto il poco tempo che avevo…
Un giorno arrivai in cima, là dove si deve attraversare a sinistra per poter uscire nel bosco soprastante.
Come avevo già fatto molte volte, misi entrambe le mani dentro un grosso buco. Improvvisamente sentii una mano schiacciare qualcosa di morbido e, allo stesso tempo, vidi spuntare una grossa testa di vipera dallo stesso buco. Tolsi istintivamente le mani lanciandomi all’indietro e rimanendo per un istante appoggiato solo sui piedi. Dio volle che con una mano riuscissi ad aggrapparmi a un altro buco vicino, evitando di cadere di sotto.
Lo spavento fu talmente grande e la paura che la vipera ‘incazzata’ mi attaccasse, che scalai all’indietro fino alla sosta del Diedro, buttai giù la doppia e me ne tornai a casa. 
Da quella volta decisi che non avrei mai potuto stabilire un buon feeling con le vipere e che i buchi che incontro vicino alle soste delle vie, se possibile, li evito! Solo quelli però!

Pensiero di un chiodatore
Il chiodatore è un ‘malato’, colpito da un virus: il famoso ‘Chiodomegalovirus Raptus’, che infetta quelli come me che per gioco, quasi per caso, più di venticinque anni fa, hanno provato a chiodare un tiro di corda. I miei colleghi di trapano e amici: Marco, Michele e Milko che, nonostante antidoti come la famiglia, per alcuni i figli e il lavoro, ancora oggi non sono guariti da questa infezione. A oggi, per il Chiodomegalovirus Raptus non è stata scoperta alcuna valida cura.
Quando guardo una parete di roccia, o un semplice masso, io non vedo ciò che normalmente tutti vedono: pietra. lo vedo piccole scaglie, rugosità, cedimenti della parete agli altri impercettibili.
E già immagino una possibile linea di salita.
Quando ciò accade, mi prende una foga, una voglia irresistibile di buttare giù una corda e andare a verificare da vicino la fattibilità del tiro, di iniziare a chiodare.
Chiodare un nuovo tiro per me significa trovare una linea logica, diretta ed estetica che racchiude movimenti non banali, ma da capire e interpretare.
Così sono, del resto, la gran parte delle vie chiodate al Covolo.
Chiodare è una soddisfazione, una gioia personale. È qualcosa che ti prende dentro. È un ‘magone’ che non sparisce fino a quando non hai realizzato il tiro che hai in testa.
La vita del chiodatore non è tutta ‘rose e viole’.
È un contrasto tra gioia e frustrazione. Gioia per ciò che stai creando, frustrazione perché quando chiodi non ti puoi allenare, non scali e il grado, inevitabilmente, cala. Piazzi corde fisse sul tiro per poter sfruttare tutti i ritagli di tempo che hai per completarlo.
Più di una volta ho fatto notte, con grande preoccupazione dei famigliari che, con il buio, non mi vedevano ancora a casa.
Normalmente si chioda da soli, perché non ci sono amici disposti a ‘perdere tempo’ per aiutarti.
Devono allenarsi, scalare, hanno i loro impegni…
Chiodare è frustrante quando, terminato il nuovo tiro, qualcuno ti fa notare che la via non è stata pulita bene o che quel tale spit poteva essere posizionato qualche centimetro più in là, o comunque non dove tu lo hai piantato. È frustrazione perché sai che le ore che passi attaccato alla corda è tempo, in un certo senso, ‘rubato’ alla famiglia, ai figli, al lavoro…
Chiodare le vie è, oltretutto, un costo: spit, soste… spese sempre sostenute in prima persona ma che, comunque, diventano un fattore secondario se paragonato alla passione che ci metti.
Però, quando ti riesce un tiro estetico e impegnativo e gli amici lo scalano e lo apprezzano, allora la gioia aumenta a dismisura.
Mia moglie, quella santa donna che ho sposato, quando mi vedeva tornare dal Covolo sfatto dalla fatica, se mi sentiva lamentare per il male ai reni, alle gambe o alle braccia mi diceva: “Ma perché, se ti lamenti sempre, non stai a casa con me e i bambini?”.
Lei non capiva che quella fatica fisica per me era comunque fonte di gioia e di libertà, un toccasana per lo stress derivato dal mio lavoro.
Nonostante i mille disagi della vita di un chiodatore, la passione per la montagna e l’arrampicata prevale su ogni sacrificio o disagio. Passione che per ogni individuo è, in maniera diversa, fondamentale per dare un senso più ‘pieno’ alla propria vita.”

[Testo di Paolo Leonardi, tra gli autori della guida Alto Vicentino.]

Paolo Leonardi

Il Covolo di ‘Leo’

È il Covolo il luogo che più mi ha fatto appassionare alla scalata, luogo di libertà, di gioco, di creatività e di crescita personale. Senza dubbio la falesia di casa. Quindici minuti di macchina da casa mia, la stessa strada che facevo per andare al ‘sasso’ di Santorso in compagnia del Savio o agli ‘Stancari’ di Arsiero insieme ad altri amici, ma con una salita molto più devastante per il Benelli monomarcia che usavo in quegli anni. Erano i primi anni ’80 quando Marco Savio, amico e compagno di scuola elementare, in quegli anni anche di arrampicata, mi propose di andare a scalare in un posto nuovo chiamato Covolo, situato appena sopra il comune di Lugo. 

Quella prima volta il Covolo mi apparve come una ‘Palestra’ (a quel tempo non esisteva la ‘falesia’ da arrampicata sportiva come viene intesa oggi; c’era solo la ‘palestra’ di allenamento per le vie in montagna) molto difficile da scalare perché, tranne qualche breve tratto verticale, dove erano chiodate vecchie vie, la parete era sempre molto strapiombante.

Il posto era comunque bellissimo, con questa fascia rocciosa che improvvisamente ti compariva davanti mentre salivi la strada da Lugo in mezzo alle colline. Mai ti saresti aspettato che ci fosse una parete rocciosa così bella e che allo stesso tempo incuteva timore a chi la guardava. 

Un posto tranquillo, incastonato fra prati e boschi con un paesino formato da quattro case, quattro abitanti e una Chiesa con un campanile che già allora aveva l’orologio senza la lancetta grande delle ore. Noi ‘local’, quando vedevamo degli scalatori da fuori ridevamo e ci divertivamo a prenderli in giro perché non sapevano leggere bene l’ora, senza dir loro ovviamente che mancava una lancetta.

Fu grazie alla lungimiranza di Marco che il Covolo è ciò che conosciamo oggi. Marco ebbe l’intuito di intravedere in quegli strapiombi nuove linee scalare e comincio a chiodare ciò che per il periodo sembrava impossibile salire. Creò così tiri di corda bellissimi come Incantesimo, affiancati oggi da vie altrettanto belle. Così un giorno Marco mi disse che aveva ricevuto in prestito da Pierino Dal Prà il suo trapano a batterie e che sarebbe stato molto più semplice chiodare vie nuove. Effettivamente ci diede dentro alla grande aprendo molti tiri nuovi. Ne chiodava uno e prima di finirlo parlava già della prossima linea che aveva già intuito. Si era ammalato… era stato infettato da un virus raro in quegli anni… il ‘Chiodomegalovirus raptus, ancora oggi incurabile.

Mi interessai pure io, Paolo, per gli amici ‘Leo’, alla chiodatura del Covolo qualche anno dopo che Marco aveva incominciato la sua opera ‘futurista’.

In quegli anni una delle falesie più belle e dure d’Italia era Lumignano, e offriva muri leggermente strapiombanti. Quando cominciai a scalare a un buon livello e sentii l’esigenza di cercare altre vie meno difficili e strapiombanti di quelle chiodate fino ad allora, la parte bassa del Covolo, ancora inesplorata, faceva proprio al caso mio.

Un giorno, era l’’88-’89, chiesi a Marco in prestito il trapano di Pierino, perché volevo provare a chiodare un tiro. Tanto fu l’entusiasmo e la felicità per essere riuscito a creare una nuova via che anche io di lì a poco venni contagiato dal ‘Chiodomegalovirus raptus’ creando quella che oggi è la parte bassa del Covolo.

In questo luogo ho passato molti bei momenti della mia ‘vita verticale’ assieme agli amici come il Tazzoli, valente alpinista che non disdegnava di frequentare la parte bassa del Covolo con l’allora fidanzata e oggi sua moglie… con la scusa che c’erano tiri più facili per farla scalare… e invece… dopo mezzo tiretto spariva a copulare; col Marco, con Lucio Bonaldo, instancabile scalatore capace di arrampicare al Covolo fino alle ultime luci del giorno per poi sentirlo dire, magari dopo aver salito venti tiri: “ancó no me sento tanto ben… sarà l’umidità…”, con i fratelli Davide e Luca Zavagnin detti ‘Samoa’, con Mirko Busin primo della lunga serie di uomini dal braccio bionico passati per il Covolo; con Gianluca Cogo ‘Giangi’ per gli amici, fra i primi giovani talenti cresciuti in questa falesia; Nicola cyborg Pesavento (dalla forza e tecnica sopraffina), Flavio Bortoli (ottimo scalatore e centroavanti incontenibile), Carlo il ‘Noce’, Paolo Cristofari il ‘Ferro’, il nostro campione Dino Lagni, con sua moglie Lisa Benetti, Flaviano, Icio Roncolato (forse, dopo di me, l’altro bradipo del Covolo) che, a suo dire, dopo 5 minuti di via aveva già due cocker che gli mordevano gli avambracci… e più di recente col Max Barbieri, col Caruso, con Toni Rigon, Fabio Casarotto, Marco ‘Sgul’, Gianni, Andrea, Federico, Ivan, Gigi Billoro, Fausto e Andrea ‘Bigoli’, e molti altri.

E come non ricordare i bei momenti di allegria, quando ci sfidavamo a calcio, nel campetto sotto il Covolo: scalatori vicentini contro scalatori padovani (ovviamente vincevamo sempre noi vicentini, nonostante i padovani spacciassero per scalatori dei giocatori di calcio quasi professionisti).

A questi momenti di allegria era sempre presente Sergio Billoro, che nonostante l’età dava lezione di calcio a tutti, compreso suo figlio Gigi.
Lo ricordiamo con affetto.

La scalata è stata una ‘palestra di vita’, dove ho imparato a conoscermi a fondo, a confrontarmi con gli altri a viso aperto, senza trucchi o compromessi. Ho imparato a ‘tener duro’, a perseverare, a soffrire, a prendere dei rischi per superare passaggi che sembravano impossibili per arrivare sempre più alti, a lottare con difficoltà di ogni tipo, a prendere e accettare grandi sconfitte e a gioire di piccole e insignificanti cose.

Ho imparato ad accettare gli ‘Altri’ per quello che sono. Ho imparato a trovare sempre del buono, dei talenti in ognuna delle persone che ho conosciuto.

La scalata e le persone che ho incontrato mi hanno aiutato a crescere e maturare come Uomo. Scuola per affrontare la vita di tutti i giorni con equilibrio e determinazione. Il Covolo è per me un angolo di ‘PARADISO’ dove anche da solo, mentre pianto uno spit a testa in giù e sono attaccato alla roccia inventandomi artifizi di ogni tipo pur di vincere la gravità, o quando scalo in autosicura o con gli Amici sono a mio agio, tranquillo e sereno, e mi sento proprio a Casa Mia, libero anche di sfogare le mie ansie.

Felice nella semplicità di fare ‘cose’ magari per gli altri inutili.”

[Testo di Paolo Leonardi, , tra gli autori della guida Alto Vicentino.]

Paolo Leonardi anni ’80

Leggere questi testi di parecchi anni fa mi fa pensare a quanto ancora oggi questi concetti siano reali: anch’io ho giudicato e criticato, e quindi anch’io sono parte di quegli arrampicatori spesso irriconoscenti che si limitano a guardare lo spit e la superficie, invece di scovare quel che c’è dietro: lavoro, sacrificio, coraggio, inventiva, rischio, tempo sottratto agli affetti e all’allenamento, soldi per l’attrezzatura usciti dalle proprie tasche.

Ma venendo a conoscenza della storia, qualcosa in noi cambia. O almeno così dovrebbe essere. Ecco perché ho voluto condividere uno dei testi di questa guida. E chissà perché proprio il Covolo, dato che l’ho frequentato pochissimo per la mia minima affinità con gli strapiombi. Eppure è questa falesia che mi è venuta in mente, che tanto mi è stata consigliata proprio da Paolo, Lisa, Dino e altri. E ora capisco anche perché.

Concludo l’articolo, questo pezzo di storia, con un’altra frase estrapolata dall’articolo di Milani su Up climbing.

“Ora come ora appare quasi come un ossimoro il fatto che sia proprio il passato la chiave per scrivere il futuro, ma è una connessione fondamentale, senza la quale l’arrampicata rischierà di trasformarsi unicamente in uno sport di massa nel peggior senso del termine. Uno sport che sarà sempre bello, entusiasmante, benefico e alla portata di tutti, ma allo stesso tempo privo di quell’anima che gli ha dato vita, che l’ha fatto crescere e che può farci crescere tutti su tanti livelli, non solo su quello banalmente atletico/ludico.”

Ragazzi, vi prego, attenzione: il futuro dell’arrampicata non è solo il grado e la prestazione. Per costruire il futuro è necessario anche il passato!

La storia ci fa guardare il mondo con occhi diversi, ce lo fa comprendere meglio. La nostra opinione vale, ma solo se, per formarla, non ci accontentiamo della superficie.

[Foto immagine di copertina: Marco Savio su Fantasie.]


Search

abbonati gratuitamente per ricevere gli ultimi articoli

Di’ la tua!