Claudio Battezzati: scuola, alpinismo e avventura

Ho conosciuto Claudio Battezzati quando sono andata in Valle dell’Orco: con Andrea Giorda erano appena scesi da una via che stavano chiodando e insieme abbiamo bevuto un po’ di birra e mangiato ottimi insaccati e formaggi. Parlai poco con Claudio, ma mi promise che prima o poi qualche domanda se la sarebbe fatta porre. Io non ho buona memoria, ma ce l’ho selettiva: quando lo rividi all’inaugurazione della mostra su Gervasutti e Boccalatte a Torino, glielo ricordai, ci scambiammo i contatti ed ecco qui la sua intervista.

Claudio, intanto mi piacerebbe sapere come è nata la tua passione per l’arrampicata. 

Un giorno, parlando con due amici d’infanzia che avevano già fatto qualche escursione, abbiamo deciso di andare a fare la Normale del Gran Paradiso. Io non avevo mai fatto nulla e non avevo l’attrezzatura adeguata, quindi sono andato a comprarmi i ramponi, quelli militari, che pesavano diversi chili (ride, ndr). 

Mi sono fidato dei miei amici, che avevano un minimo di esperienza avendo fatto servizio negli Alpini. Mi dissero “andiamo su e bivacchiamo alla Schiena d’Asino in tenda, così al mattino siamo i primi a partire”. 

Abbiamo passato la notte lì, ma al mattino ci siamo alzati un po’ tardi e abbiamo visto una fila di gente che veniva su, quindi ci siamo aggregati e siamo arrivati in punta. 

Da lì la cosa ha cominciato a piacermi, però volevo fare qualcosa di più e in sicurezza. Al Monte dei Cappuccini c’era la scuola UET (Unione Escursionisti Torinesi), che esiste tutt’ora: così nel 1977-78 mi sono iscritto e ho iniziato a fare escursioni e le prime uscite su roccia. Lì ho conosciuto il mio socio di cordata con cui abbiamo fatto bellissime salite.

Posso chiederti il nome?

Certo: Adelchi Lucchetta.

Ci siamo trovati bene da subito e quindi abbiamo poi deciso di fare attività anche al di fuori dell’UET.

Ricordo che andavamo alla ricerca dei massi e siamo diventati anche dei bravi arrampicatori in bouldering, già prima del 1980.

Leggevamo e seguivamo il libro di Giancarlo Grassi ‘Valle di Susa e Sangone’, che parlava dei massi della valle. Lui era un esploratore e ha scoperto tantissimi massi anche nella nostra zona dove poter fare bouldering. 

E la cosa mi piaceva sempre di più, così ho fatto domanda per la scuola G. Gervasutti. Mi sono iscritto al corso autunnale, ho passato la selezione e ho frequentato la scuola.

Claudio Battezzati – corso Scuola Gervasutti 1979

Ti ricordi il nome di qualche istruttore che vorresti citare?

Sì, ad esempio ricordo un istruttore di Roma, Alessandro Ferrantelli. Poi c’era Mario Ogliengo, molto bravo, che ora è guida alpina e che fu il mio selezionatore al corso di alpinismo.

Dato che erano state notate  le mie potenzialità, mi chiesero di entrare nella Scuola e nell’’80 divenni allievo istruttore. Successivamente passai a istruttore, proposto da Claudio Sant’Unione e Sandro Beglio, mancato prematuramente. 

Nel frattempo continuavo le salite con Adelchi Lucchetta. 

Mi proposero poi di fare il corso per diventare Istruttore Nazionale di Alpinismo (INA) e presi il titolo nel 1985.

Apertura della via Noasca Diamond con Andrea Giorda – Fonte

Hai anche incontrato molti altri arrampicatori e alpinisti, alcuni dei quali sono ancora tuoi amici, giusto?

Eh sì. Ad esempio Alessandro Zuccon, con cui entrai nella Scuola e che ancora oggi è istruttore, come anche il già citato Adelchi Lucchetta, e Andrea Giorda, con il quale condividiamo progetti per l’ apertura di falesie e di vie nuove. 

Lui ha smesso di fare vie multipitch in montagna, mentre io continuo a 360°: alpinismo, cascate di ghiaccio, goulotte e arrampicata libera.

Quando hai iniziato ad aprire vie? Ricordi il nome della prima?

La prima ‘seria’ è stata con Adelchi nell’’85 in Valle dell’Orco, al Sergent: Miroir Doc. L’abbiamo chiodata tutta a chiodi a pressione, ma a mano, col perforatore, perché non avevamo il trapano. Un’esperienza infinita e che fatica! Nel 1986, sempre con Adelchi, alla Rocca Sbarua sullo Sperone Rivero, abbiamo aperto Bon Ton, una bellissima via, una grande classica molto ripetuta ancora oggi.

Sei più per vie sportive, trad o alpinistiche?

Quelle di cui ti ho parlato sono vie sportive, aperte con l’uso di spit, un po’ dal basso e un po’ dall’alto. Ho aperto anche vie  alpinistiche in diversi ambienti alpini con diversi compagni di cordata, tra cui Giancarlo Grassi, Isidoro Meneghin, Daniele Caneparo, che purtroppo hanno perso la vita in incidenti in montagna. 

Cosa ti ha spinto ad aprire vie?

L’ho fatto probabilmente perché ci tenevo a vedere una mia creazione prendere forma. Ma anche per il desiderio di vivere l’avventura, uscendo dai soliti schemi dell’arrampicata.

Claudio Battezzati – APERTURA NOASCA TOWERS

Claudio, per un alpinista cos’è l’avventura?

Puoi vivere un’avventura a 100 metri da casa o a migliaia di chilometri, dipende da cosa cerchi. 

Una mia grande avventura, ad esempio, è stata l’apertura dal 17 al 18 agosto 1991 di  Exitus, una via trad di 700 metri sulla Ovest della Punta Brendel (Cresta Sud Aiguille Noire di Peutèrey, Monte Bianco, ndr) con Daniele Caneparo. Abbiamo attrezzato solo la discesa a spit, tutti piantati a mano. Quella è stata una vera avventura: attraversi il ghiacciaio, non sai cosa ti aspetta sotto la linea, affronti il bivacco e prosegui fintanto che la natura e le tue capacità te lo permettono.

Quella è stata veramente una bellissima via e non è detto che prima o poi tornerò a sistemarla, a richiodarla a spit, come sto facendo attualmente su alcune vecchie vie.

Claudio Battezzati – su SKYWALL

In un’avventura gli alpinisti mettono in gioco anche la loro vita: tu come hai vissuto questa cosa nelle tue esperienze?

Credo che nessuno di noi pensi al pericolo mentre vive l’avventura, mentre arrampica. Devi osservare ciò che hai attorno: se vedi massi instabili, lame che si tolgono dalla parete o altri pericoli oggettivi che non puoi evitare, torni giù. Ma mentre arrampichi sei concentrato, non pensi ad altro se non a quello che stai facendo, altrimenti non saliresti più.

Quando e come percepisci il limite?

Il limite lo raggiungi quando ti rendi conto che è meglio calarsi. E ti cali quando non riesci più a proseguire, quando capisci che diventa troppo pericoloso. Se trovi una placca improteggibile con chiodi o protezioni mobili, ad esempio, o cerchi un traverso o ti cali. Questo è il metodo classico. 

Poi è stato superato da diversi alpinisti, uno fra tutti Michel Piola che, dove finivano le fessure, usava lo spit per proteggersi su placca.

‘L’assassinio dell’impossibile’ di cui parlava Messner…

Messner non ha mai usato questi mezzi artificiali e penso non abbia mai piantato un chiodo a pressione. Però ci sono stati puristi della libera che dicevano “mai un chiodo a pressione” e poi ne hanno messi parecchi per finire le vie. Anche nel Nuovo Mattino a volte hanno piantato chiodi a pressione per uscire da certe vie… pure loro si sono ‘adattati’.

Qual è quindi la tua etica di chiodatura?

Non disprezzo lo spit, anzi… Ad esempio con Andrea Giorda abbiamo un accordo: dove ci si può proteggere con nut o friend, lasciamo la fessura pulita. Se la fessura è troppo piccola per le dita e la progressione diventa difficilmente superabile, mettiamo uno spit. Diciamo che è un compromesso per arrampicare in serenità. Le vie che apriamo sono progetti, ogni cosa è attentamente e dettagliatamente valutata, la pulizia della via è maniacale, il materiale in acciaio inox che utilizziamo per attrezzare le vie è di ottima qualità. E ci tengo a sottolineare che non è finanziato. 

Cosa pensi della richiodatura a spit delle vie classiche?

Penso andrebbe fatta se si vogliono far conoscere queste vie. I vecchi chiodi non sono più affidabili: o li togli e ne metti di nuovi, o metti uno spit dove c’era il chiodo.

in Sardegna

Quanto è importante il compagno di cordata?

È fondamentale. Non ho mai cambiato molti compagni, perché credo che l’affiatamento sia tutto. Conoscersi a vicenda è importantissimo, quindi ho sempre preferito fare le mie salite con amici, colleghi, persone che conosco bene. 

Ho arrampicato molto con Patrizio Pogliano, ad esempio, e ricordo bellissime salite con lui, come le vie alla Tète d’Aval, L’Americana all’Aiguille du Fou, la Bonatti al Pilastro Rosso del Brouillard. L’affiatamento tra noi era anche frutto del bilanciamento delle nostre capacità: lui era più bravo di me nell’arrampicata pura, io me la cavavo meglio di lui su diedri e fessure.

Oggi per esempio arrampico in totale sintonia con Gian Piero Porcheddu GPP, istruttore della Scuola, con il quale condividiamo salite anche in contesti non prettamente alpini.

Claudio Battezzati – PULIZIA PICCOLO HALF DOME 2023

Claudio, com’è cambiato secondo te l’alpinismo dagli inizi a oggi?

Una volta c’erano le grandi classiche da ripetere: la Mayor al monte Bianco, le vie sulla Brenva, le vie di Gaston Rebuffat, André Contamine, Renè Desmaison, Riccardo Cassin, Walter Bonatti, di roccia e di misto… Allora seguivamo le orme dei maestri che hanno fatto la storia dell’alpinismo, di cui fa parte anche Ugo Manera, che però ha privilegiato  l’esplorazione aprendo per lo più vie nuove.

E seguendo i grandi alpinisti ricordo che anche noi della Scuola abbiamo iniziato a fare belle salite, sui Satelliti del Monte Bianco e sulle Alpi francesi.

Una volta c’era molto terreno vergine, oggi non c’è più molto da scoprire sulle Alpi: è quasi tutto esplorato. Per cercare il ‘nuovo’ che fa notizia bisogna andare in Patagonia o sulle catene Himalayane, come fanno Matteo Della Bordella o Francois Cazzanelli, ma loro sono dei ‘grandi’ dell’alpinismo.

Secondo te sono sono cambiati gli obiettivi dell’alpinista oppure sono semplicemente cambiate le attrezzature, le modalità?

Posso dirti che l’alpinismo è cambiato nell’evoluzione: prima c’era la conquista della vetta a tutti i costi e in qualsiasi modalità, anche in artificiale (A1, A2, A3…). Poi si è passati alla libera: il passaggio lo provi e riprovi finché non lo superi senza aiuti. 

Oggi si cerca l’alta difficoltà anche in montagna, le prestazioni della falesia sono portate ad alta quota.

Come direttore della Scuola Gervasutti, come vedi i giovani e che consigli daresti loro?

Ne vedo parecchi, i ragazzi vogliono imparare e si iscrivono numerosi ai corsi,  ma molti si arenano e non proseguono l’attività in montagna. Probabilmente a questi non interessa l’alpinismo in senso tradizionale, ma si orientano prevalentemente sull’attività indoor o su falesie di bassa quota.

A proposito di scuole di alpinismo, evidenzio che oggi per gli istruttori c’è anche il peso della sicurezza: le nostre aumentate responsabilità stanno diventando dei limiti alla gestione dell’insegnamento nei corsi rispetto a una volta. 

È giusto, sia chiaro, però le restrizioni limitano quella libertà che c’era una volta nel far vivere le esperienze in montagna ai ragazzi, perché ora gli istruttori fanno attenzione a prendersi i  rischi che questa attività comporta.

Secondo te, Claudio, sono cambiati questi giovani? Hanno quello spirito di avventura che avevate voi?

Diciamo che i giovani d’oggi hanno meno ‘scoperte’ da fare: le vie sono già lì e ce ne sono parecchie.

Però non sono molti ad apprezzare la storia di queste vie. Ti faccio un esempio: una volta salivi una via perché l’aveva aperta Walter Bonatti o Giusto Gervasutti, e la bellezza della salita, l’avventura erano una garanzia. 

Quando io e Sandro Zuccon siamo andati a ripetere il 4 agosto 1989 la via Bonatti sul Dru prima che crollasse, lo abbiamo fatto perché l’aveva aperta Bonatti. Capisci cosa voglio dire?

E poi ai miei tempi c’erano un sacco di pareti e linee ancora da scoprire: le condizioni oggi sono cambiate, come ho detto prima.

Claudio Battezzati – via Bonatti al Dru 1989

E l’entusiasmo lo trovi ancora negli occhi di questi ragazzi?

L’entusiasmo non più di tanto: oggi c’è molta più soddisfazione nel superare il grado piuttosto del vivere la via, divertirsi nel salirla, apprezzarne il valore.

Cosa diresti oggi a un ragazzo che vuole arrampicare in montagna?

Che ci vuole passione: senza quella non fai niente.  E che bisogna conoscere la storia. 

Noi leggevamo tantissimo: la Rivista della Montagna, Alp, Vertical (che oggi in italiano non c’è più)… E le vecchie guide del CAI-TCI erano perfette, dettagliatissime.

Ora è tutto su internet, ma la carta per me ha ancora valore.

Il ruolo dell’istruttore è importante per tramandare ai ragazzi l’entusiasmo di cui parli?

Il ruolo dell’istruttore è fondamentale e io continuo a dare il mio contributo nel seguire i giovani, privilegiando questa attività  nell’ambito dei miei incarichi all’interno del CAI quale consigliere nel direttivo della sezione di Torino, nella commissione LPV Liguria-Piemonte-Valle d’Aosta, nel direttivo della Commissione Attività Alpinistiche e dal 2022 quale membro dell’Alpine Club (UK). 

Il tuo luogo del cuore?

Ho vissuto un’esperienza bellissima in Sicilia, dove sono andato per lavoro: ho incontrato gente meravigliosa. Per non parlare dell’arrampicata!

Ma ogni luogo in cui sono stato ha il suo perché…

In Dolomiti mi è piaciuta molto la Marmolada: lì ho frequentato la parte ghiaccio al corso INA nella parete nord, erano gli anni ’80 e c’era ancora il ghiacciaio. Ho salito poi la via Don Chisciotte e la Vinatzer.

Ricordo molto bene anche la via degli Svizzeri al Grand Capucin, dove ho bivaccato e durante la notte ha nevicato: è stata dura perché io avevo solo un sacco nero dell’immondizia per coprirmi… una volta era così. Al mattino tutta la parete era innevata e siamo dovuti scendere. All’ultima calata Sandro Beglio, il mio compagno di cordata, è volato, perché si è spezzato il cordino dove si era appeso con le corde doppie, ma è finita bene, solo qualche costola rotta, perché per fortuna eravamo al termine della discesa del canale di neve. Io invece, rimasto senza corde, ho recuperato un pezzo di legno trovato per caso, che, usato come piccozza, mi ha consentito di scendere.

Sai, non avevamo il cellulare per chiamare i soccorsi, avremmo dovuto stare lì e aspettare.

Come dicevo prima: i tempi sono cambiati!

Già, i tempi sono cambiati, ma sono certa che la voglia di sognare c’è ancora. Quindi, nella speranza che i limiti imposti non si sostituiscano ai limiti della propria coscienza e del proprio coraggio, lunga vita all’alpinismo! E alla libertà che questa attività ci fa sentire.

Grazie Claudio!


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