E pensare che, guardando in alto…

E pensare che, guardando in alto, non sembra poi così difficile. Appoggi il piede lì, afferri la presa là, pinzi il verticale, prendi la maniglia. Ma sì, proviamoci.

È quando ti ritrovi a metà strada, quando tutto prima sembrava così semplice, che ti accorgi di quanto possa essere complesso un tiro.

E allora ti soffermi a pensare, perché è lì che devi essere concentrato, sulla roccia, con l’aiuto della corda e dei tuoi rinvii. Ma poi ti accorgi che più rifletti, più le tue braccia sono stanche: i piedi e i polpacci cominciano a tremare perché non sono in una posizione di completo riposo. Sono in tensione, come le tue braccia, non del tutto distese, ma leggermente piegate: vedi le linee dei tuoi nervi e dei tuoi muscoli solcare il corpo, come incisioni su un marmo di Canova.

Senti il respiro che si fa più lento, quasi si ferma. Poi te ne accorgi, e allora inizi a respirare più velocemente, con il volto verso il basso, come se il tuo fiato riuscisse a scaraventarsi sul suolo e spingerti verso l’alto.

No, non funziona, e allora ti rivolgi al cielo, guardi la parte finale del tuo tiro, intravedi la catena: sì, è quella la mia meta, e il mio obiettivo è anche quello di non cadere, di non riposare sul rinvio, ma affidarmi solo sulle mie forze.

Ce la posso fare, devo solo concentrarmi: fidarmi dei piedi, appoggiati di punta su piccolissimi speroni, visibili per una sfumatura di grigio più scuro, poi devo affidare alla mano sinistra, quella più debole, il peso che mi resta, per sollevare la destra e arrivare a quel buco che potrebbe essere la mia salvezza.

Quel che mi separa da quel punto, però, è anche un’altra provocazione alla mia paura: un piccolo lancio, quel tanto che basta per superare i cinque centimetri che la mia statura mi ha precluso. Ma ho una scelta: il mio compagno che mi fa sicura mi chiama e mi dice “prova ad alzare ancora il piede destro, la vedi quella piccola spaccatura poco più sotto al ginocchio?”.

Sì, la vedevo: pareva talmente insignificante che non l’avevo considerata. Eppure, in quel momento, era l’unica soluzione oltre al lancio. Provo ad avvicinare la punta del piede destro finché il sinistro ancora mi regge: la sfioro, l’accarezzo, la graffio. Continuo a scivolare. E allora, di nuovo, mi volto verso la catena e poi verso il buco che devo raggiungere. Le forze continuano a calarmi, ma so che basta poco per potermi riposare, due movimenti.

Mi fido del piede destro sulla crepa che finalmente mi ha permesso di entrare con qualche millimetro di punta. Affido il mio peso ai tre punti ancorati sulla parete e raggiungo il buco con la mano destra: mi appendo e… salva.

Distendo il braccio sinistro, lo lascio cadere a penzoloni mentre con i piedi raggiungo due tacche che riescono a sorreggermi, meglio di prima, sopra quella che ora mi sembra immensità.

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