Corretto. Ma grappa!

Il breve sentiero che porta al tiro era affollato di rovi e rami.

Quando arrivammo alla base della parete, leggemmo corretto grappa: mi avvicinai alla roccia salendo per circa due metri tra sassi instabili, foglie e altri rovi, guardai verso l’alto e cercai la catena. Lì non riuscii a vederla e allora mi limitai a seguire la fessura che attraversa il lungo diedro.

Ho trovato subito il tiro affascinante e non vedevo l’ora di provarlo.

Sono passati due giri da quel momento…

La prima parte, lungo la parete verticale e un breve tratto strapiombante, è necessario percorrerla con i piedi appoggiati e spalmati sulle pareti opposte del diedro. Il passaggio difficile arriva quando mi trovo di fronte a una pancia che devo superare a destra.

Ma il tiro non molla: con il fiato corto cerco di riposare le braccia poco sopra, trattenendo il peso con le punte dei piedi su due piccoli appoggi. Il problema? Riposate le braccia, mi accorgo che ho tenuto le gambe in tensione, tanto che caviglie e polpacci stentano a muoversi agevolmente quando decido di ripartire per affrontare i passaggi successivi.

Continuo a salire: arrivo alla placca e il tiro mi sfida ancora sulla resistenza. Sono stanca, ma non è la prima volta che affronto corretto grappa e so che da qui prese e appoggi sono buoni, fino al brevissimo traverso che porta alla catena.

Bene, ci sono. Mi giro a sinistra e vedo il luccichio argenteo del moschettone all’altezza della mia spalla. La catena è a circa un metro e mezzo da me, ma l’unico appoggio buono per i piedi è una minuscola cengia a scivolo.

Mi fido? No, perché mi trovo a tenere una lama con la sinistra, che mi porta a spostare il peso a destra, il piede sinistro su un micro appoggio che mi destabilizza, il piede destro spalmato in spaccata sulla parete perpendicolare e due dita, il medio e l’anulare a cui affido la maggior parte del mio peso, all’interno di un buco all’altezza del mio naso.

Come lungo la maggior parte del tiro, anche in questo tratto è necessario pensare all’equilibrio, fidarsi dei piedi e osare, con il mio corpo completamente a contatto con la roccia. Mi muovo centimetro dopo centimetro verso sinistra, avvicino lentamente la mano alla corda, la afferro e la recupero per tre volte afferrandola con la bocca. Poi la porto alla catena. Questa volta non riesco ad aprire il moschettone e la corda mi scivola dalla presa.

Decido allora di prendere dall’imbrago il tredicesimo rinvio, che aggancio a un anello della catena, e riesco a rinviare. Sicura di non cadere e rischiare di sbattere sulla parete di destra, metto la corda in catena.

Stop.
“Blocca!”.

Scendo e mi godo la parete che abbiamo ripulito dalle erbacce.

È un tiro che consiglio per chi ha almeno il 6a: lungo, mai scontato e simile all’ambiente di alta montagna, per chi ama le vie.

Mi tolgo le scarpette e sciolgo il nodo. Ripercorriamo il sentiero, ben visibile e vuoto dei rovi e dei rami che abbiamo tagliato e spostato.

Ma prima un’ultimo sguardo, ubriaco di soddisfazione.

[Nella foto: tiro corretto grappa, falesia ai Rossi]

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