Se ti venisse voglia di rischiare

Siamo nella falesia di Campolongo sul Brenta: una lunga parete divisa in quattro mini settori identificati da diversi piani, su cui è possibile comodamente fare sicura.
L’ombra della folta vegetazione ci offre un po’ di refrigerio anche nel pomeriggio, quando arriva il sole a illuminare e scaldare la placca verticale (l’esposizione di questa palestra naturale è a ovest).

La roccia è molto buona, caratterizzata da qualche buco, tacche nette e verticali, pochi svasi.
La lunghezza dei tiri è variabile, in media tra i 15 e i 20 metri, e la chiodatura è perfetta per chi vuole rischiare anche gradi al limite della propria portata o superiori: i fix sono infatti vicini e nella maggior parte dei tiri non ci sono cenge o spigoli su cui è possibile farsi male cadendo.
Un cartello raccomanda l’utilizzo di un proprio rinvio o moschettone in catena per risparmiare quelli presenti.

Quando arriviamo in falesia, la prima parte, dove ci osserva un alto paretone (che alcuni amici ci hanno consigliato – torneremo a provare quei primi tiri), è occupata, quindi proseguiamo per il sentiero in salita e arriviamo in un punto dove osserviamo tra due grandi cespugli questa parete che sembra modellata da martello e scalpello. Il settore è quello delle carte trevigiane. I tiri sono di quinto e sesto grado, non c’è nessuno e l’aria fresca ci invita a restare.

Come accennato prima, i fix vicini invitano a provare senza troppa paura: il rinvio all’altezza del bacino, al ginocchio o ai piedi, infatti, mi ha tolto qualche chilo di ansia e paura di cadere, così ho tentato anche alcuni lanci.

La breve distanza tra i fix, appunto, mi fa arrampicare più tranquilla: abbandonare la paura di cadere e di scendere per troppi metri mi libera la mente e mi fa trovare quel pizzico di coraggio in più che mi serve per osare qualche movimento. Il primo tiro che provo è “Non ti fidar di me se il cuor ti manca” (il nome deriva dall’asso di spade).
La roccia è compatta, le tacche buone, ma quel che secondo me caratterizza questa parete è la presenza costante di verticali che ti servono per salire con movimenti di compressione. Insomma, in certi punti è come se dovessi abbracciare la roccia, mentre in altri ci vuole tecnica, bilanciamento del peso e fiducia.
Già: i movimenti che ti obbligano a fare questi tipi di prese sono tecnici e di equilibrio, e per questo sono fondamentali anche i piedi, per i quali le tacche da appoggio ci sono, sì, ma c’è anche sempre il rischio di scivolare, perché spesso la conformazione della parete tende a portarti all’esterno.

Il secondo tiro che proviamo è il 6a+ “Non val saper chi ha fortuna contra” (l’asso di denari). Riesco solo al secondo tentativo, perché nel passaggio chiave ci penso un po’ troppo e per non sprecare tutte le forze che mi rimangono, rischio al volo di trattenere quello che si rivela un grande svaso, impossibile da tenere per come ero posizionata.

Il terzo è un 6b, “Per un punto Martin perse la cappa” (rappresenta l’asso di coppe e c’è un particolare storico che la caratterizza: il trapano si è scaricato quando mancava solo l’ultimo fix), che osservo da sotto e che mi convinco di salire in un modo, ma che poi arrampico in tutt’altro. Capita ai principianti che ancora non sanno leggere bene la parete.
Anche in questo punto chiave lancio, trattengo, comprimo, arranco, sbuffo, ma che bello osare senza alcuna paura! Vado fin dove mi porta la benzina che ho nel motore e stavolta mi ha portato diretta in catena.

Questa falesia e l’ottima chiodatura (per chi come me spesso ci pensa due o tre volte prima di lasciarsi andare ai voli) mi hanno regalato parecchie sensazioni contrastanti: mai di rabbia, anche quando non ho superato dei passaggi; mai di ansia, nemmeno quando in certi tratti ho avuto paura di cadere e non liberare il tiro a vista; mai di paura, nemmeno quando ho mancato una presa e mi sono ritrovata sotto il terzultimo rinvio che avevo agganciato.
Serenità, tranquillità e voglia di continuare, questo ho provato. E poi finalmente mi sono fidata un po’ più di me e di quanto potevo dare per andare avanti.

E allora non dobbiamo avere paura per credere di più in noi stessi? Non dobbiamo temere rischi per osare di più?
No, i grandi ce lo insegnano ogni giorno: bisogna cadere per rialzarsi e superare finalmente l’ostacolo. Sia che la caduta misuri qualche centimetro o qualche metro: a volte devi anche volare per poi potercela fare.

P.S.
Grazie al gruppo Ragnorock che ha chiodato questa piccola e interessante falesia!

N.B.
L’entrata alla falesia è lungo la strada ed è visibile grazie a una breve scalinata (guardando la chiesa, verso destra). La stradina da via Giusti non è più praticabile e quell’entrata della palestra è oggi chiusa.

Se ti venisse voglia di rischiare, prova questa falesia!

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