Nella falesia di Riolo c’è un nuovo Covoletto: good Giob!

“Dunque, la storia del Covoletto inizia nel 2017…” così Giob apre il suo racconto di una piccola falesia a pochi passi dalla palestra di roccia di Riolo, a Torrebelvicino.
Ci sono stata un paio di volte e non vedo l’ora di tornarci.
Dato che conosco il chiodatore, ho pensato di chiedergli qualche informazione: com’è nato e cos’è questo Covoletto, una parete bassa e strapiombante, particolare e irresistibile, illuminata dal sole nonostante si trovi immersa nel bosco. Pare che gli alberi si siano spostati per darle il giusto spazio.
E questo spazio l’ha scelto Giob, un arrampicatore (io volevo scrivere ‘forte arrampicatore’, ma lui mi ha fatto promettere di non farlo perché non si considera tale: “quello che faccio lo faccio perché mi fa stare bene e se in più posso far divertire gli altri meglio ancora”, queste le sue parole), un local, un lupo solitario come molti scalatori, ma anche uno che se inizia a raccontare, non lo fermi. Per fortuna!
E allora proseguiamo con la storia.

“In realtà tutto è iniziato molto prima, ma questo lo raccontiamo dopo. Io arrivai qui nel 2017. Una mattina autunnale di quell’anno Steve (un giovane e forte arrampicatore della zona) mi inviò un messaggio con delle foto e una domanda ‘conosci questo muretto, giusto?’. Guardai le foto e mi sembrava di ricordare di averlo già visto, ma non riuscivo a riconoscerlo, perché era pieno di frasche e piante cresciute qua e là alla rinfusa. Chiesi a Steve dove fosse e lui mi rispose ‘è sotto Riolo!’.
Anni fa qualcuno aveva già chiodato nella parete qualche tiro e poi il posto fu abbandonato.
Steve mi disse di andare a vedere e un giorno decisi di fare un giro da quelle parti col mio cane. Arrivato sotto il muro lo riconobbi: era una parete che avevano iniziato a chiodare Ivo Maistrello, Dado (Davide Zaltron), Gramegna (Marco Pieropan) e altri scalatori della zona all’incirca nel 2004. Anch’io ero andato a dar loro una mano e qualche spit l’avevo piantato pure io. Avevano iniziato a chiodare dei tiri nella parte destra della parete, tutti da liberare a parte il primo, un 6b+, comunque non facile. Osservando il muro tutto mi è tornato alla mente come fosse ieri. In particolare mi ricordai di un tiro chiodato da Ivo, il più duro, che aveva un buco, tra gli ultimi spit nel passo chiave, dove le api avevano costruito un alveare gigante che nessuno ha avuto il coraggio di togliere. Per questo il tiro fu abbandonato, come tutto, del resto, rimase incompleto.
All’epoca io avevo 25 anni, ma gli altri erano più giovani di me, alle prime esperienze di chiodatura e pieni di voglia di fare, di aspirazioni e di progetti.
Quando sono tornato qui, nel 2017, mi sono tornate in mente anche delle linee che mi erano rimaste in testa e mi sono detto ‘qui bisogna chiodare: la prossima volta torno e inizio’.”

Così è stato. Giob è tornato al Covoletto e…

“Il 31 dicembre del 2017 tornai al Covoletto per chiodare. Era pomeriggio. Inizialmente buttai le corde nella parte centrale, a mio parere la più interessante e dove avevo già in mente qualche linea.
Trovai dei vecchi spit, da 8 della Cassin, arrugginiti. Questi erano ancora più vecchi di quelli che avevamo utilizzato nel 2004: poi capirai perché.
Iniziai a calarmi su quel tratto e vidi che lì dove c’erano quegli spit, c’era anche una bella linea. Mi calai e dal basso mi misi ad ammirare la roccia: solidissima, a canne, in calcare, in una parete strapiombante dove la creatività può sbizzarrirsi.
Iniziai a chiodare il primo tiro, un 6c, che finii qualche giorno più tardi, e decisi di chiamarlo Champagne, perché era l’ultimo dell’anno e avevo voglia di brindare. Attualmente Champagne è il tiro utilizzato di solito come riscaldo. Ci sono anche dei 6b+, che potrebbero essere considerati dei 7a (ride, ndr).
Bene: Champagne fu il primo tiro chiodato l’ultimo dell’anno, tra il 2017 e il 2018, ed ero felicissimo di proseguire.

Negli anni successivi mi sono informato su chi avesse chiodato i tiri precedenti e ho scoperto che erano stati alcuni scalatori che avevano chiodato Riolo classica, qualcuno del CAI di Schio e altri di Valli del Pasubio (un gruppo di cui facevano parte anche Pierantoni e Micheletto). Mi spiegarono che prima di chiodare la falesia di Riolo avevano trovato la parete del Covoletto, ma poi, proseguendo qualche metro più su, avevano deciso di chiodare le ampie e belle pareti di quella che oggi è Riolo classica.”

Infatti oggi siamo abituati a raggiungere la falesia di Riolo classica lungo un sentiero che arriva alla parte sinistra della palestra di roccia. Se attraversiamo la falesia e scendiamo fino al Covoletto, quello su cui ci incamminiamo (e che, se proseguiamo, ci conduce al parcheggio) è il vecchio sentiero che una volta era utilizzato per raggiungere le pareti.

“Accanto al 6c Champagne mi sono messo al lavoro su un altro tiro, abbastanza duro e il più strapiombante della parete. Ammetto che la voglia di chiodare per primo i tiri duri è dettata anche da orgoglio e soddisfazione: la fretta di occuparli per metterci le mani io viene da sé (ride, ndr).

Più ci lavoravo, più la parete mi affascinava: la roccia è stupenda, compatta, non si muove nulla. Unica pecca è la lunghezza dei tiri, che nei due centrali arriva ai 15-18 metri e tra i 12 e i 15 metri negli altri. Una parete così bella e strapiombante meritava comunque di essere chiodata, soprattutto per un buon allenamento della potenza.
Mi resi conto subito, però, che in certi punti dei tiri più strapiombanti la roccia era molto vuota (questo è dovuto anche alla presenza di numerose canne) e quindi mi ritrovai a doverla forare anche più volte sullo stesso punto, per trovare la giusta compattezza che tenesse gli spit.
Questo lo notai proprio nel secondo tiro, dove, se non ricordo male, devo aver fatto una trentina di buchi per soli nove spit.
Il secondo tiro, il più duro del Covoletto e il più sudato da me nel chiodarlo, è un 7c+ e si chiama Spit Fire. Davvero un bel tiro.
Da lì continuai a chiodare la parte vergine, a destra, compreso il grottino con tiri da circa 8 metri, corti, parecchio boulderosi e duri.
La prima stagione si concluse così: con un mese di lavoro armato di badile e piccone per sistemare la base e renderla più comoda, oltre che per far asciugare meglio la parete, e i primi due tiri chiodati.”

Oltre alla bellezza dei tiri, cosa attrae qui gli arrampicatori?

“Un’altra caratteristica, che considero in parte anche un vantaggio, di questa piccola falesia è che è più esposta al sole rispetto alla Riolo classica. Il sole infatti arriva diretto: non hai piante che fanno ombra. All’epoca della chiodatura era gennaio, pieno inverno, e si stava benissimo anche a petto nudo.”

Ma il racconto non finisce qui, giusto?

“Esatto. La stagione dopo tornai e le api non avevano più ricostruito l’alveare. All’inizio, prima di toglierlo, interpellai un apicoltore per avere qualche consiglio: mi diede il via libera per rimuoverlo perché era totalmente secco.
In questa seconda stagione chiodai tutti gli altri tiri da 12-15 metri, con gradi tra il 6c e il 7a.
Tra il 2019 e il 2020 iniziai a sistemare i vecchi tiri. Nella terza stagione dunque misi le mani anche sul tiro di Ivo, quello dell’alveare, che infine chiamai APEritIVO. Di questo tiro cercai e trovai una linea più morbida per la parte finale e lo liberai.
Anche gli altri tiri dunque erano ultimati, come un durissimo 6b+, Mano Pesante, un 7a con un singolo dove tanta gente è volata, un 7b che ho modificato con un ribaltamento finale, il passo duro, su una terrazza ripulita. L’ultimo tiro, prima di APEritIVO, è risultato un altro 7c+, una bella linea, chiodata all’epoca credo da Dado, che chiamai Ringo Boys, ispirato dai colori della roccia che da bianca finisce su una parte nera.
Poi arrivò il COVID e tutto si fermò.”

Ma raccontaci un po’ questa esposizione: quando possiamo scalare in questa falesia?

“Data la difficoltà dei tiri e un’esposizione prevalentemente a sud con una parete dove il sole picchia, direi che la falesia è invernale: si scala tra ottobre e aprile. Dopo pioggia intensa, meglio aspettare qualche giorno di sole che asciughi la parete.”

Perfetto. Dunque Giob, in conclusione, la storia è finita o infinita?

“A falesia conclusa (forse), io e il mio amico Giangi tornammo nel 2020 a liberare gli altri tiri e dare i gradi e i nomi.
A mio parere i tiri sono davvero belli: il Covoletto è una piccola perla della zona e sono convinto che, se fosse più grande, sarebbe frequentata da mattina a sera.
Sempre nel 2020 dal Covoletto mi trasferii nella parte 20 metri sopra, un’altra piccola parete, l’Anfiteatro, con roccia molto compatta. Iniziai a pulire e costruire delle terrazze alla base.
E poi un altro aneddoto.
Ironia della sorte vuole che una mattina io e Giangi, che eravamo al Covoletto per liberare un tiro, mentre stavamo sdraiati su una terrazza di roccia a prenderci il sole, spunta una tipa con i capelli rossissimi. Io guardo Giangi e poi la saluto senza conoscerla. Chi è? Martina! Che qualche tempo dopo mi chiede informazioni per scrivere un articolo su questa piccola falesia. Forse sei stata tra le prime ragazze ad arrampicare su questa parete richiodata: è abbastanza anomalo vederne una attaccata su un 6c molto strapiombante e così agguerrita.”

Già, perché al mio livello non potevo che essere agguerrita per tentare quel grado in strapiombo che mai avevo fatto, però quel momento me lo ricordo bene. Giob mi ha consigliato Champagne e quando ho visto quel tiro me ne sono innamorata. Devo ancora chiuderlo, quest’inverno ci torno!

“Martina, grazie per avermi chiesto di parlare del Covoletto, sono contentissimo!”

Conoscere il parere del chiodatore, quando incappi in una falesia e provi i suoi tiri, è una fortuna oltre che un’ottima risorsa: tutto ha una storia, una parete come un tiro. Le linee sono frutto di sguardi e intuizioni, ragionamenti e duro lavoro. Questi arrampicatori ci mettono il loro tempo e i loro soldi per realizzare qualcosa su cui tutti noi ci divertiamo. Teniamocelo a mente!

Gli aneddoti sul Covoletto non sono finiti e poi c’è anche il nuovo Anfiteatro. Ma questo sarà un altro articolo!
A presto.

Grazie Giob!

P.S.
Prima di pubblicarla, ho fatto leggere a Giob questa breve intervista perché mi correggesse se dovessi aver omesso o sbagliato alcuni dettagli.
Ciò che scrivo di seguito, è solo frutto di ciò che penso io.

Ho conosciuto vari scalatori e di alcuni ho avuto la fortuna di scrivere un breve testo, un minuscolo riassunto delle loro esperienze e della loro personalità, un umile pensiero su quanto ho potuto ascoltare e vedere.
Di Giob posso dire che tra tutti i difetti, come abbiamo tutti, ho notato una gentilezza che mi ha sorpreso. Perché? Se lo vedi appare come “uno strano”, talvolta con fare duro e addobbato da parecchie imprecazioni quando gli va male un tentativo in scalata. Ma se gli chiedi un favore o, come ho fatto io, alcune informazioni, non esita a fartelo o a dartele.

Questi arrampicatori saranno anche strani, ma nascondono qualcosa di bello: da loro ho imparato tanto, da tutti quelli che ho conosciuto.
E grazie a loro ho anche capito che non vale la pena esagerare, ma soprattutto ho imparato ad amare ciò che faccio, a mettercela tutta, che non si è mai arrivati e che c’è sempre da imparare, che ci vuole sacrificio per ottenere un risultato e che per salire bisogna anche saper scendere.

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