Una classica del Cengio: la Via dei 4 Gatti

Chiamatela classica o come volete, la Via dei 4 Gatti al Monte Cengio è da fare almeno una volta nella vita. Innanzitutto perché è vicina alla brutta frana che ha trafitto il cuore della famosissima Via degli Eroi, distruggendone una parte: il che riduce ipoteticamente la permanenza delle vie vicine, anche se mi auguro assolutamente che niente più crolli sulle meravigliose pareti del nostro Monte Cengio.

E poi perché è una via aperta parecchi anni fa, precisamente nel 1982, il 12 aprile, da Riccardo Dal Balcon, Gippo Meneghini e Franco Zuccollo (la via è stata richiodata e sistemata da Gaetano Ruaro e Flavio Menegozzo).

È da un anno che volevo scalarla, ma aspettavo un alpinista in grado di salire i tiri più duri: nonostante il grado più difficile sia il 6c+, ma 6a+ azzerabile, qualcosa mi diceva che l’esperienza per salirla ancora mi mancava. E mi sono accorta che mi manca, dato che sono riuscita a liberare solo il tiro di 6b, ma il motivo te lo racconto dopo.

Voglio inserire qui un pensiero Gaetano Ruaro, Tano, sulla via:

Una via che per anni hanno guardato, ma era troppo marcia per ripeterla. C’era rimasta solo quella da ripetere in Cengio e nel libro di Zuccollo risuonava una frase “troppo bollita per continuare dritti, quindi deviammo a destra”. Passando sotto, infatti, non invogliava per niente la salita, però era una via storica e quasi senza ripetizioni. Un bel punto di domanda…

Da trasformare magari in un punto esclamativo.

Oggi ho l’opportunità di avere come compagno di cordata il mitico Paolo Leonardi, a cui l’esperienza certo non manca, e anche se è la prima via dell’anno (siamo a novembre) e i dolori muscolari alla spalla lo perseguitano, accetta di accompagnarmi in questa scalata, il mio sogno nel cassetto.

Ma con Paolo si sa, c’è sempre qualche sorpresa da aspettarsi. Mi viene chiesto infatti di guardare la relazione e comunicargliela a voce, mi viene detto che è fuori allenamento e, all’attacco della via, che la roccia non gli sembra per niente buona (e aveva ragione: ecco il motivo di prima).

Ottimo: partiamo!

Il primo tiro con passo di 6c lo affronta lui non senza difficoltà, dato che il tragitto per un minimo riscaldo è praticamente inesistente e purtroppo la roccia non è buona. Salgo da seconda e nei passi più duri mi appendo per trovare i pochi momenti che mi permettono di respirare e riposare. Tacche piccole e appoggi minuscoli si sommano a una roccia spesso friabile, il che aggiunge alla difficoltà dettata dai gradi l’inevitabile tormento psicologico dell’effimero.

I successivi due tiri, più semplici (5a e 6b), li libero io con estrema soddisfazione, dato che anche qui la roccia spesso si gretola tra le mani e ai movimenti tecnici si alternano a quelli per ascoltare il rumore della roccia.

Il prossimo è un tiro di 6c+ che sale Paolo: stesse condizioni, maggiore difficoltà.

Sbaglio l’ultima sosta prima dell’uscita e Paolo intraprende l’ultimo tiro della via Bisata. Peccato! Questa parte della salita ha un tratto di roccia ottima.

Comunque, come accennato prima, sto scalando con Paolo e qualcosa deve pur succedere…

Già nel primo tratto della via, mentre gli facevo sicura, sento un boato: pulizie autunnali? Sì: il mio compagno di cordata ha staccato un masso di un metro per un metro, un buon appoggio che però in bilico sarebbe stato pericoloso da lasciare. Ebbene, dopo aver aggiunto un altro detrito a quelli presenti sulla base dopo la frana, proseguiamo.

Arrivati all’ultimo tiro, Paolo parte: sono circa le 15, alcune velature iniziano a coprire il sole e la temperatura inizia ad abbassarsi. Indosso la felpa e osservo Paolo scalare la bella placca, ma arrivato alla parte erbosa inizia a chiedersi dove sono le protezioni. Fintanto che esplora, io gli comunico le direzioni segnate nella relazione (che purtroppo non servono dato che il tiro non è il nostro: parlando poi con Davide Frizzo e gli altri al Granatiere, capisco di essermi assicurata alla sosta dell’ultimo tiro della Bisata). Sto osservando il panorama, quando vedo piovere prima foglie e poi rami. Guardo in alto e vedo il mio compagno di cordata impegnato, per deformazione professionale, nella pulizia di un possibile tiro per uscire dalla via.

Passano i minuti e le mie mani iniziano a raffreddarsi. Supplico Paolo di procedere, che decide di proseguire su erba, di proteggersi con cordini su piante e di uscire a destra nella galleria. Finalmente!

Scalo l’ultimo tratto con le dita senza sensibilità e arrivata all’uscita guardo Paolo negli occhi: “quando vieni a scalare con me ti guardi bene la relazione e niente pulizie!”.

Lui come sempre sorride: so che non mi ascolta e farà sempre di testa sua. Infatti risponde “la prossima volta torniamo e chiodo un’altra uscita: guarda, questo tiro sarebbe fantastico ripulito e con una protezione qui dove c’è un passo di Boulder finale” e mi indica la sua ipotetica uscita.

Non finirò mai di ammirarlo, come i molti altri alpinisti che ho avuto la fortuna di conoscere, tra cui, ad esempio, Mario Schiro, che di questa via ricorda un aneddoto:

è quando Gippo, dopo un volo durante l’apertura, ha coniato la battuta: “vecchi ma rimbambiti!”

E nella speranza di diventare anch’io, solo un pochino, vecchia e rimbambita quanto lui, mi porto a casa un’altra bella via del Monte Cengio, instabile e imprevedibile come la vita.

Grazie Paolo per la scalata di questa bella via!

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