Tano, l’alpinista gentile.

Lui è Gaetano Ruaro, Tano per amici e alpinisti. Gli anni di esperienza non gli mancano, ma come tutti i grandi personaggi che ho conosciuto qui nelle Piccole Dolomiti, anche Tano si presenta come un arrampicatore qualunque, con tutta la sua modestia.

Eppure ne ha arrampicate di vie e come un giovanotto mi batte 10 a zero quando in palestra si fa stretching. Ehm… non solo in palestra.

Devi sapere che qui nelle Piccole Dolomiti non c’è via che scappa alla sua attenzione e alle sue ripetizioni. Possiamo dire che le ha ripetute tutte? Può darsi, certo è che capita anche di incontrare il suo caro amico Tranquillo Balasso che ti dice: “Tano? Mi è capitato di beccarmelo in una via che dovevo ancora finire di chiodare!”.

Ma lui è così: un alpinista che continua ad amare l’avventura, con una maturità evoluta nel tempo e con le tante salite. Uno scalatore che quando gli chiedo “perché arrampichi?”, risponde “sono io l’arrampicata, è dentro di me, non c’è un motivo reale per cui scalo: non posso non farlo. Oggi la vivo così”.

Non tutte le strade intraprese sono uguali semplicemente perché ogni scalatore è diverso, prova sensazioni ed emozioni differenti, vive le esperienze a modo suo. E ognuno di noi ha un proprio punto di vista.

In questi giorni ho conosciuto quello di Tano.

5 concetti mi hanno fatto riflettere nelle chiacchierate in macchina verso il Monte Cengio e il Sojo Bostel: movimento, gradualità, ricevere, istinto e ricerca dell’armonia.

In due giorni Tano mi ha portato a scalare due vie (di cui ho scritto qui): la via Prima al Monte Cengio e Oliunid al Sojo Bostel. Mi sono divertita tantissimo, soprattutto nella meravigliosa placca della via Prima. Ma ho avuto anche il piacere di conoscere meglio Tano e l’opportunità di strappargli qualche considerazione sull’arrampicata e l’alpinismo. Quante storie ha da raccontare questo alpinista dagli occhi azzurri e i capelli bianchi, uno scalatore che con la sua gentilezza e la sua umiltà mi ha raccontato del suo approccio alla montagna che è iniziato come un’avventura e nulla è cambiato, se non la maturità e la saggezza con cui oggi affronta le vie in montagna. A lui piace scoprirle e ripeterle, anche più volte.

“Strano” ho pensato, ma poi, quando mi ha spiegato il motivo, ripetere vie e tiri non mi appare più così noioso.

Tano ricerca il movimento, che dai suoi racconti lo percepisco quasi come un rito: è una mia interpretazione, ovvio, ma quando arrampichi e non lo fai per raggiungere una prestazione che ti sei imposto o una determinata cima, muoversi sulla roccia diventa quasi una danza, con un suo ritmo e una sua evoluzione, ma anche con la magnifica potenzialità di variare di volta in volta. E così spesso ti capita di arrampicare su una via già ripetuta come fosse la prima volta.

La gradualità è una lenta trasformazione che il corpo e la mente compiono se nell’arrampicata procedi passo dopo passo, senza fretta, senza voler arrivare per forza al massimo delle tue possibilità, perché la vetta la raggiungi in montagna, ma non nella vita: ogni punto della propria esistenza ne ha un altro davanti e per questo ti accorgi che è inutile arrivare, perché non sarai mai arrivato. C’è sempre qualcosa che puoi fare, oltre.

Tano mi ha parlato del ricevere nel raccontare l’arrampicata e cosa gli ha dato (e continua a dargli) in tutto questo tempo: in ogni momento puoi cogliere un insegnamento, un regalo, una soddisfazione, oppure trovarti di fronte a una disillusione, un ostacolo o un errore, che però, come tutto, ti forma e ti fa crescere.

“Io vado a istinto” mi dice. Infatti quando gli chiedo che via preferisce, non sa rispondere. Anzi, mi correggo, non può rispondere. Ogni via ha il suo perché e ogni parete ha una sua interpretazione. L’istinto in arrampicata spesso ti fa scegliere la strada giusta. Se questo non capita, be’, è perché ci devi ancora lavorare. Più passa il tempo e più il nostro istinto ci guida nel modo giusto: non è semplice, è un esercizio che richiede fatica, costanza e passione, ma è un’esperienza che auguro a chiunque.

“Quando arrampico continuo a cercare l’armonia”: voglio portare con me questa frase di Tano come un porta fortuna, uno di quelli che ogni tanto raccogli dalla tasca, tieni in mano e osservi per qualche secondo, un promemoria per vivere l’arrampicata con meno fanatismi e tensioni.

Arrampicare ha un senso: abbiamo davvero trovato il nostro? Continuiamo a cercarlo!

Grazie Tano!

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