Gippo: l’alpinista che racconta la realtà

Chi è Gippo Meneghini?
Ebbene, di questo alpinista ne avevo solo sentito parlare: tra i fondatori dei “4 Gatti”, tra gli apritori della palestra di roccia a Tonezza, autore della Millesima, una bella via sul Monte Cengio e chiamata anche “le mille di Gippo”, perché all’epoca dell’apertura, il curriculum alpinistico di Gippo contava già centinaia di vie chiodate.

Ma chi è Gippo?
Oggi ho avuto il piacere di conoscerlo, a casa sua, per un’intervista. Voglio specificare che ho incontrato anche la moglie Stefania, una donna che arriva al punto senza mezzi termini e che nei pochi minuti in cui le ho parlato, mi ha chiarito alcuni dubbi in una sintesi arguta e obiettiva.
Ma torniamo a noi.
79 anni, barba e baffi portati sempre allo stesso modo (ho potuto sfogliare alcune foto di questo signore da giovane) e una naturale propensione a raccontare la realtà senza peli sulla lingua, attraverso gli occhi di chi ne ha viste e passate, con i piedi a terra o sulle innumerevoli pareti di roccia.

Giampi Michelusi, Gippo, Michele Michelusi, Carlo Lovisetto, una foto della guida di Mario Schiro, “L’Arrampicario”

Non ha paura di dire la sua, Gippo, è un fiume in piena, un vecchio saggio e un signore che dimostra meno anni di quanto afferma la carta d’identità.

Gippo Meneghini durante l’apertura della via Armenia

Non mi dilungo sulla splendida intervista, tenuta anche, ci tengo a sottolinearlo, da Andrea e Diego (sì, è il Diego dei 4 Gatti), ma vorrei soffermarmi su alcune brevissime riflessioni.

Alla domanda di Diego “perché consiglieresti l’arrampicata ai giovani?”, Gippo ha risposto così

“Perché è una roba bella, ti tira fuori dalla quotidianità”.

Semplice eh?!
Sì, è una risposta meravigliosa perché è semplicemente la verità, senza bisogno di aggiungere altro. Con una frase così non ti senti dentro già la voglia di provare? E va bene, forse sono di parte perché amo l’arrampicata, ma poi è uscito un concetto che di positivo non ha proprio nulla.

Quando si parla di morte, definiamo una condizione a cui gli arrampicatori sono spesso vicini. Tralasciamo le eccezioni, quelle in cui ti puoi trovare anche uscendo dalla porta di casa: è vero, soprattutto quando scali vie in montagna, magari con pochissime protezioni e con grandi difficoltà, il pericolo esiste, ti accompagna mentre guardi sotto di te, quando l’ultimo rinvio l’hai appeso al chiodo che si trova metri e metri dai tuoi piedi oppure nel momento in cui afferri un appiglio di roccia che si stacca. Quando “voli”, significa che cadi, come è successo a Gippo: un volo di 30 metri, finito bene per fortuna. In quel momento, e in altri, puoi rischiare la vita in montagna, sì, eppure anche la maggior parte di chi è caduto, non molla.

Gippo e Diego

In parete si torna sempre. Con lo stesso spirito, l’identica voglia, ma magari con un approccio diverso, con qualche consapevolezza in più, con un’anima più matura.

E la paura?

“La paura deve farti vedere il pericolo e quindi farti muovere nel modo giusto”.

Gippo ha ragione, è un’altra semplice realtà che ha affermato senza pensarci, ma con due occhi azzurri che mi osservavano, miravano dritti ai miei e in quel momento ho letto un amore incondizionato verso quello che lui con convinzione non definisce uno sport, perché, dice, “salire una via alpinistica non si cronometra”.

Oggi ho incontrato un uomo, un alpinista, che mi ha fatto comprendere meglio la purezza delle persone che credono nella comunità, nella loro passione, e hanno pieno rispetto di quello che la montagna ci ha donato: la libertà.

Grazie Gippo.

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