Cambio via

Sentiero identificato da due bolli gialli, girare a destra e poco dopo seguire ancora a destra una vecchia traccia segnalata dagli ometti costruiti sasso dopo sasso. Cinque minuti circa di cammino e una breve salita sulla sinistra. L’attacco della via Il martello suona il rock lo dovremmo notare grazie a una parete grigia e numerose canne.

Be’, la parete c’è, ma qualcosa ci fa pensare che non può essere quella dell’attacco: davanti a noi, infatti, una meravigliosa roccia grigia, costellata da lunghe canne che cadono a cascata, si erge formando uno strapiombo non impossibile da arrampicare, certo, ma che non rispetta i gradi della relazione della via.

Ci guardiamo negli occhi, sorridiamo, alziamo ancora lo sguardo alla parete e incuriositi proviamo a cercare i chiodi.

Nessuna traccia. Capiamo che non può essere lì l’attacco e ci dividiamo per cercarlo.

Il mio compagno di cordata torna indietro verso sinistra, io scelgo di continuare a destra costeggiando la parete. Mi addentro tra le sterpaglie fino a un piccolo dirupo che mi mostra l’altra parte del Sojo Bostel. Un’enorme fessura mi ricorda l’immagine della relazione: troppo a destra, per trovare l’attacco di Il martello suona il rock devo tornare indietro.
Lo faccio e arrivo in un punto dove noto due cordoni allacciati a clessidre: uno a tre metri d’altezza, l’altro a 5 o 6.

Ricordo il motivo del nome scelto per la via e allora busso sulla roccia per ascoltare. Sì, è di certo questa la via.

Chiamo il mio amico, urlo che l’ho trovata e dopo qualche minuto appare.

Ci prepariamo: sciogliamo le corde, le ripassiamo, indossiamo l’imbrago, ci attrezziamo con tutto il materiale, caschetto in testa, ci assicuriamo e il mio compagno PG parte all’avventura.

Una parola per descrivere il tiro? Instabilità. La roccia si frantuma sotto i suoi piedi e le sue mani: una pioggia continua di sassi più o meno grandi mi schiva di poco. Il mio amico arriva alla sosta dopo diverse imprecazioni e dubbi: qui trova un moschettone lasciato da chi prima di noi, probabilmente, ha abbandonato la via. E la stessa cosa fa PG. Pian piano lo faccio scendere sullo stesso tragitto per recuperare i rinvii, altri sassi che scendono e ritorno all’attacco. Al mio fianco mi guarda e dice “no, non è sicuramente questa”. Già: prima della sosta avrebbe dovuto intraprendere un traverso a destra, lì inesistente, e in alto non c’erano più chiodi.

Amareggiata e colpevole dell’errore io, ancora con qualche brivido in corpo PG, decidiamo di cambiare via e affrontare la Premiata forneria, di Tranquillo Balasso e Stelvio Frigo. Sono le 10.30 e sulla parete sud del Bostel significa sole diretto sulla schiena e alte temperature. Per fortuna il giorno prima una burrasca aveva rinfrescato.

La nuova via è più lunga e più difficile, ma siamo certi sarà una bella esperienza. Come sempre del resto. 250 metri, 9 tiri, un passaggio di settimo e qualcuno di sesto +, sesto grado obbligatorio azzerabile.

Partiamo.

PG inizia e arrivato in sosta parto io, non senza qualche perplessità: dov’è il passaggio di settimo citato nella relazione?

Non importa, l’obiettivo è salire.

Dopo qualche metro, in un passaggio non troppo difficile, qualcosa va storto. Mi affido con la mano destra a un pezzo di roccia sporgente, che mi avrebbe aiutato a salire con l’altra mano a una cengia. Con la sinistra ancora in viaggio e il corpo non completamente supportato dai piedi (troppa sicurezza?), nella fase di slancio il pezzo di roccia afferrato con la mano destra si stacca. Lo lascio cadere, trattengo il piede sinistro e concludo fortunatamente il viaggio della mano sinistra, evitando così la caduta. Il piede destro è invece scivolato: una bella botta mi fa esitare qualche secondo e mi segna l’ennesimo ricordo di via. Questa volta sulla caviglia.

Ma andiamo avanti.

La via prosegue con i suoi passaggi dal terzo (una tranquilla passeggiata su cengia) al sesto +, con il passaggio di settimo che suppongo di aver individuato sulla placca che mi trovo di fronte.

“E ora dove metto le mani? E i piedi?”

Belle domande quando ti trovi distesa in verticale ad abbracciare una parete piatta. Mi soffermo qualche minuto, finché resistono le punte dei piedi, in equilibrio tra la roccia e il vuoto. Anche se la tacca da prendere è di poco sopra la mia testa, spostata a destra, non riesco a raggiungerla con la mano. E di saltare non se ne parla.

Che in via io non raggiunga il settimo grado e che a volte anche il sesto + non sia nelle mie corde è un dato di fatto. Ma tornare indietro in questo momento è impossibile. Paura, rabbia e amarezza mi salgono agli occhi, ma lagnarsi è inutile. E azzerare non è da codardi, quando ci si trova in difficoltà.

Azzerare. Certo. Ma il chiodo è alla mia sinistra, all’altezza del torace, a circa 40 centimetri da me. E ho appena tolto il rinvio.

Mi guardo intorno, azzardo qualche movimento, ma niente: mi sento appesa a un filo. E non posso nemmeno guardarmi il panorama per rilassarmi qualche secondo, perché girarmi senza cadere è un rischio che non intendo correre ora.

Non c’è altra soluzione: stacco il rinvio dall’imbrago e lo appendo al chiodo che mi osserva di lato. Azzero e tiro con tutta la forza del braccio sinistro per alzarmi e allo stesso tempo trattenermi incollata alla parete, mentre appoggio a una piccola tacca il piede destro. Mi sollevo. Arrivo alla tacca con la mano destra.

Ancora una volta mi accorgo di aver sbagliato l’intervallo della respirazione: ho trattenuto il fiato mentre mi alzavo, quando avrei dovuto espirare. Ma questa è un’altra storia.

Dopo essermi sistemata, mi piego quanto possibile per recuperare il rinvio, che aggancio all’imbrago, e continuo la scalata.

Arrivata all’ultimo tiro e sistemata in sosta, guardo il panorama alle mie spalle, la strada trafficata 200 metri circa più sotto, i paesi sdraiati sulle valli. Ammetto che in alcuni momenti ho pensato “spero finisca presto questa via” e che ho contato più di una volta a mente i tiri che mancavano. Ma credo che non aver trovato Il martello suona il rock (che di certo faremo) ci abbia regalato comunque un’altra bella avventura d’alta quota.

Chiudiamo la via con un’uscita da dimenticare: tra terra e sterpaglie, a farmi compagnia mentre salgo è arrivato il vento, che con le sue folate ha alzato la terra secca cosparsa sulla roccia. Mi copro gli occhi senza ottenere grandi risultati e arrivo alla fine.

La tradizionale stretta di mano con il mio compagno, la firma sul libro di via e un’occhiata al cielo segnano la conclusione di un’altra scalata.

“Una giornata da raccontare agli amici a cena”, questo ho scritto nel libro di via. Perché questo ho pensato fin dall’inizio.

Dall’inizio, quando abbiamo cambiato via.

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